SE SON ROSE SFIORIRANNO

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La situazione è questa. Sono le tre e mezza di notte ed io sono riversa sul pavimento freddo di gres nella totale oscurità della casa dopo la rovinosa caduta che ho fatto dalle scale. Emily, la mia bastardina di tre anni, troneggia su di me e si prodiga a leccarmi la faccia con veemenza soccorritrice, da perfetta guardiana della mia vita quale lei sola è. Mi sono fatta male al culo, al mio bellissimo culo. Bellissimo non lo dico io eh, figuriamoci non mi permetterei mai e poi io sono sempre ipercritica verso me stessa, no no per sentito dire. Me lo dicono quasi tutti, maschi intendo, oddio a volte anche qualche femmina, ma comunque ecco devo dire che decreta sempre un certo successo. Resta il fatto che mi sono fatta male al gluteo destro dove domani fioriranno ematomi viola abnormi e al coccige (parecchio male soppeso dall’intensità del dolore che si propande nelle gambe e che mi contrae il viso in una smorfia sofferente producendo in Emily un certo allarmismo e un’impennata nella velocità dei suoi leccamenti). Merda, penso e se mi sono rotta l’osso sacro? E se resto paralizzata per sempre? Mi viene in mente Meryl Streep in La Morte Ti Fa Bella che cade giù dalla scalinata e si rompe l’osso del collo e quindi muore, solo che non muore davvero perché ha preso l’elisir dell’eterna giovinezza che le ha dato quella fica stratosferica di Isabella Rossellini. Insomma per dire che una caduta ammodo può anche ammazzarti o renderti disabile per sempre. Guardo Emily pensando queste cose e mentalmente la interrogo sulle sue capacità di soccorso. Emily ma se mi fossi fatta davvero tanto male tu sapresti avvertire qualcuno? Bhè certo, una volta sei scappata e te ne sei andata tutta da sola a casa dei miei che abitano relativamente qua vicino, ma c’è il problema della mia porta chiusa a chiave, se non te la apro io dubito che tu possa farcela da sola, e se mi sono fatta seriamente male dubito di riuscire ad arrivarci per aprirla. Certo ho il cellulare, che però al momento si trova sul soppalco in carica. Un bel problema, un bel problema davvero. Valuto, in un accesso di pessimismo immaginifico che trascorrerò le prossime ore qui riversa sul pavimento freddo di gres nella totale oscurità della casa, agonizzante ed incapace di muovermi, con Emily impotente qui accanto a me che mi lecca la faccia e piange la lenta, inesorabile fine della sua padrona. E pensare che non ero nemmeno sbronza né sotto l’effetto dell’amatissimo thc. Uomini, sempre e soltanto e purtroppo uomini.
La verità è che sono depressa e l’alcol è sempre il rifugio migliore quando il reale diventa troppo brutto e ti strappa soltanto lacrime, l’alcol ti accoglie a braccia aperte e ti stringe carezzandoti la testa e se ascolti bene sembra sussurrarti all’orecchio va tutto bene, ci sono qua io, adesso ti dimentichi di tutto per un po’, giusto il tempo che serve a far riposare le meningi. L’alcol non ti dà risposte ma è molto bravo a farti dimenticare le domande, ti lancia in una dimensione di euforia inspiegabile e immotivata a parecchi metri d’altitudine e di distacco dalle brutture e dalle infelicità terrene. Anche il thc assolve perfettamente ed egregiamente a questo compito ed infatti li alterno di volta in volta a seconda della disponibilità e della circostanza ma non li mischio mai; ho avuto esperienze non piacevolissime le rare volte che disgraziatamente ho osato questa combo. L’aspetto migliore dell’assunzione di questi additivi è senz’altro il loro riuscire a catapultarmi dentro un sonno profondo dai tratti comatosi, duraturo e confortante, dimensione agognata e che raramente riesco a raggiungere in modo così perfetto altrimenti. Converrete con me che non c’è quasi niente di più bello e di più godibile del dormire quando si è preda d’una tristezza infinita. Il sonno è la cosa che più s’avvicina alla morte, ne sa imitare alla perfezione le pose. Quindi lode all’alcol e alla cannabis che strappandomi ad un reale tragico mi gettano come sontuose ancelle tra le braccia di Morfeo, dove rimango anche per 12-14 ore filate riversa e senza più pensieri. L’aspetto spiacevole è che poi, inevitabilmente, ci si risveglia sempre. In alternativa ci si può anche impalare sul proprio vibratore davanti allo schermo del pc aperto su un qualsiasi sito porno a caso. E non importa nemmeno che vibri. Il mio ad esempio è tanto che non vibra più, non era waterproof e l’ho usato sotto la doccia ma il suo dovere lo compie alla perfezione lo stesso. Fidatevi, aiuta moltissimo, libera le endorfine e tutte quelle robe lì. Ve lo consiglio.
Negli ultimi giorni la mia depressione si è conclamata pienamente. Mi sono rintanata sotto il piumone che diciamocelo francamente, in queste giornate di pioggia e di afflizione morale è l’habitat perfetto, accogliente, invulnerabile. Il posacenere accanto trabocca di filtri sbruciacchiati e canne ammezzate. La tv è accesa a volume bassissimo quasi sempre su Rai 5, il mio nuovo canale preferito perché danno tutta roba di teatro, a volte però becchi una serata interessante su Iris, che io chiamo sempre scherzosamente ISIS, o su Rai Movie e ti vedi tre o quattro film a fila di quelli con tutti i crismi. In realtà poi non vedo un cazzo perché mi addormento sempre ad intermittenza ma è comunque un fatto rassicurante quello di avere una programmazione televisiva di tutto rispetto ad accogliere gli sciagurati miei risvegli nel corso della notte. Dormire, sempre dormire. Non farei altro ed infatti faccio poco altro. Mi cibo soltanto di patate arrosto e cioccolata. Ascolto ossessivamente Diamanda Galas. Esco rare volte per andare a bere come una scellerata e addormentarmi come una tossica sui divani dei locali nonostante i volumi non proprio “da camera” della musica live quivi suonata. Questa narcolessia indotta e ricercata mi fa inevitabilmente disattendere molti impegni a cui assicuro sempre la mia presenza come un dogma ineluttabile e infallibile ed invece mi ritrovo a dare un pacco dietro l’altro di cui mi dispiaccio anche sinceramente ma non ho tempo da perdere con le scuse e le giustificazioni. Non m’interessano, non ne ho voglia, non mi vanno, lasciatemi stare, lasciatemi stare tutti sotto questa coltre di tristezza che mi si è posata addosso. Che vi costa? Lasciatemi qui a morire riversa sul pavimento, forse con l’osso sacro rotto, lasciate che solo il mio cane pianga la mia dipartita da questo mondo crudele che tanto non mi ha mai voluto un briciolo di bene.
Scopo anche parecchio comunque. Spesso con gente a caso e di cui nulla m’interessa se non l’effimera gioia dell’orgasmo che sanno regalarmi. Ma è comunque un’attività interessante, salutare e distensiva che pratico sempre con gioia, anche quando ho il morale sotto i tacchi. E poi non si può sempre star fissi su youporn. Cioè, bisognerà anche pur mettere un po’ in pratica no? E infatti metto in pratica. Dormire e scopare. Fine, farei solo questo. Mi curano entrambe a meraviglia la depressione.
Maximilien mi ha lasciata. No, non è nemmeno corretto dire che mi ha lasciata. Non si sa che sia accaduto, è semplicemente sparito nelle nebbie profonde della notte perpetua a cui appartiene. La sua mente è assai disturbata, questo lo sapevo anche prima che venisse a vivere qui da me. È rimasto un mese, giusto un mese, poi puff! sparito nel nulla. Non mi ha mai più risposto al telefono, strumento col quale devo dire non ha mai avuto un gran bel rapporto, semplicemente se n’è andato senza dare nessuna spiegazione, come se io non esistessi e fossi soltanto un fantasma che tormentava le sue meningi e da cui era bene scappare, senza mai voltarsi indietro. Mi sono scoperta a soffrire moltissimo di quest’abbandono. Maximilien era di una bellezza disumana lo ammetto, ma non era la sola cosa che mi teneva così legata a lui. Quella commistione così strana e alchemica di tenerezza e tenebre, quel fascino che emanava dalla sua persona come una luce nera potentissima dentro la quale mi liquefacevo ogni volta che su di me posava gli occhi, tutto di lui mi rapiva, i suoi gesti, il suo modo di parlare, quell’essere, così si definiva, “uomo d’altri tempi”. Altri tempi una bella sega! Un uomo d’altri tempi non mi avrebbe mai trattata così, scomparendo nel nulla da un giorno all’altro, dimenticando la mia esistenza in un attimo. Eppure, eppure ero così affascinata dalle tenebre del suo encefalo, dalla sua prestanza sessuale che mi regalava molteplici orgasmi e che mi rendeva così incapace di staccarmi da lui tanto che a volte siamo rimasti a letto per giorni e notti senza soluzione di continuità. Ero affascinata da tutta la sua persona. E adesso che se n’è andato e m’ha lasciata sola soffro in una maniera che non mi sarei mai aspettata, visto quanto sono avvezza all’abbandono. Probabilmente di Maximilien ero innamorata e all’amore volevo forse dare un’altra, ultima possibilità. E guardate che fine ho fatto, membra e pezzi di cuore in frantumi, tutto sparpagliato sul pavimento freddo di gres nel cuore della notte dopo una rovinosa caduta dalle scale. Bhé, non so se la morte ti fa bella ma sicuramente l’amore ti fa morta.
Se solo Michel mi amasse. Ma no, lui fa l’amicone, mi telefona e s’informa di come sto, mi trascina fuori a bere, mi suggerisce di buttare via il numero di Maximilien, si insomma tutto quello che l’amico del cuore dovrebbe fare. Tutto giusto oh. Peccato che Michel sia l’uomo della mia vita, ormai non mi ricordo nemmeno più da quanto tempo lo amo, da troppo, e non ho mai avuto il coraggio di dirglielo e comunque lui ama un’altra donna, quindi dirglielo non servirebbe a niente. Ultimamente la vicinanza di Michel contribuisce ad aumentarmi l’ansia, non so se mi capite, la sua presenza è impagabile e preziosa e però allo stesso tempo è una tortura. Croce e delizia. Forse una di queste notti sotto la pioggia battente potrei baciarlo sbronza e confessargli tutto il mio amore struggente per lui come succede sempre nei vecchi film francesi, solo che lì le attrici non sono sbronze, non si drogano e non passano ore su youporn come faccio io, che pure faccio l’attrice ma sono nata in un’epoca e in un tempo storico sbagliati, dove tutto è fugace, superficiale e resiste soltanto il tempo di durata di una canzone punk, tipo FVK dei Bad Brains; una società in cui se sei una donna con più di trent’anni e sei sola, sola rimani, nonostante la prestanza, l’avvenenza e tutte queste minchiate a loro volta futili e caduche. Anche perché non c’è nessuna Isabella Rossellini che ti compare nuda davanti e ti somministra l’elisir di eterna giovinezza e di eterna beltà. Tutto ciò sfiorisce come le rose, come gli amori che nascono ed inevitabilmente muoiono, perché questo è il destino di tutte le cose che sono nel mondo. È una condanna e non c’è appello. Il femminismo ha rovinato tutto, maledette nei secoli dei secoli, voi e le vostre vulve e anche la mia si, che non fa eccezione. Le telecomunicazioni e lo sbalorditivo sviluppo della tecnologia, lungi dal rappresentare un progres so, ritraggono la nuova forma di schiavitù del mondo a cui siamo tutti soggiogati. Prendete WhatsApp per esempio. Ecco, io credo sia il male incarnato, Satana in confronto è un pivellino, è un cancro marcescente che ammorba la nostra vita. Io sono per il rogo immediato di tutti gli smartphone, una nuova Opernplatz che accolga tutti questi strumenti infernali che ci hanno rovinato la vita, sabotato i sentimenti, privati di qualsiasi profondità e spessore umano. E lo dico con ferma convinzione da smartphone-dipendente quale sono. Che razza di esistenza è mai questa, attaccata sino alla follia ad curioso oggetto rettangolare nero, dello spessore di appena un centimetro, finestra selvaggia spalancata su un cyberspazio ancora più selvaggio che vorrebbe ritrarre un reale tragico e gretto infiocchettandolo con lucine ed emoticon sempre più lobotomizzanti. Se solo Michel mi amasse dicevo. Potrei dimenticarmi di Maximilien, potrei ritrovare fiducia nel mondo, potrei abbandonare il piumone, onorare gli impegni, smetterla di arrivare alle prove con degli hangover imbarazzanti, farla finita di consultare compulsivamente WhatsApp per vedere se Maximilien ha dato segni di vita, smetterla di dormire, sempre e soltanto dormire, uscire da questo letargo innaturale. Se solo Michel mi amasse. Ma non mi ama, ama un’altra donna. Ed io a causa di questo sonno feroce, intermittente e agitato mi sono svegliata alle tre e mezza di notte e come un automa sono scesa per le scale scalza e scivolando sono caduta giù fino al pavimento, facendomi male al gluteo destro e al coccige e chissà forse resterò paralizzata a vita, forse morirò qui sopra riversa su questo pavimento a piangere tutte le mie lacrime per Maximilien che se n’è andato, per Michel che non mi ama e per me che resterò sola per sempre e forse il per sempre non durerà molto, giusto qualche altra ora, e non è nemmeno corretto dire che resterò sola. Ho Emily che torreggia sopra di me e mi lava la faccia con la sua lingua e sento dai suoi guaiti quanto è dispiaciuta e preoccupata per la mia vita e la mia salute, unico essere che se ne preoccupi vorrei sottolineare e allora mi dico che forse questa situazione è paradigmatica, paradigmatica di quanto la vita faccia male come una rovinosa caduta dalle scale in piena notte e nemmeno mi ricordo perché cazzo mi sono alzata e sono voluta scendere di sotto ma che tutto sommato sono fortunata ad avere un cane che viene a leccarmi la faccia per soccorrermi perché lei mi ama più di se stessa e mai e poi mai si dileguerà come le bestie umane che purtroppo ho incontrato e incontrerò costantemente nel mio cammino.
Sarà più di mezz’ora ormai che me ne sto qua sdraiata in terra a rimuginare sulla mia depressione e sugli uomini che me la procurano. Emily s’è accucciata vicino a me sbadigliando, perché guai a mollarmi un secondo ma evidentemente si è anche rotta le palle di starmi a lavare il viso all’infinito. Il culo mi fa un male boia, sento già affiorare alla pelle l’ematoma, i vasi sanguigni che si sono rotti e tutta quella roba là. Provo a rialzarmi in piedi e naturalmente ce la faccio alla grande, non mi sono rotta nulla, anche se sono un po’ delusa perché ormai mi ero affezionata all’idea di una morte romantica nell’indifferenza generale degli umani ma sommersa dall’amore totale della mia bestiolina. Un po’ zoppicando decido che, visto che ci sono, aprirò il barattolo della Nutella e passerò il resto della notte in sua compagnia, quando all’improvviso mi sovviene che il barattolo in questione me lo sono finito giorni or sono in compagnia di Maximilien, tra un bacio e un orgasmo qua e là. M’immobilizzo. Ed ecco fiorire rigogliosa e spontanea sulle mie labbra, a questo punto, la bestemmia del buon mattino e la convinzione che non c’è niente da fare, mai una gioia mai!

SE SON BOMBE ESPLODERANNO (Seconda Parte)

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Dopo la notizia del cancro e l’ancor più angosciante notizia che non posso più attaccarmi come una forsennata alla nicotina, rimuginando la notte nel mio lettuccio preda dell’insonnia, bhé capirete non sono propriamente la persona più rilassata del mondo in questo periodo, ho preso la decisione di mettere una bomba e far saltare in aria tutto l’ospizio. Ho preso lentamente ad odiare questo posto. E’ diventato lo specchio che rimanda l’immagine di come mi sono ridotta, un’immagine orribile, deformata, cascante. Mi fa venire la depressione. Per carità, sono vecchia già da molti anni, non è che me ne accorgo adesso, ma forse questa cosa del cancro è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Ovunque ci sono vecchi bavosi, rincoglioniti e che non capiscono un’emerita sega, anche se sono ricchi. Sono già tutti morti e non lo sanno, sono morti da anni, morti dentro e lentamente, negli anni, stanno morendo anche fuori. La vecchiaia è una cosa orribile, aveva davvero ragione Marcel Proust, Rudy mi parla sempre della scena memorabile del ballo dai Guermantes alla fine de Il Tempo Ritrovato, volume conclusivo del romanzo, dove l’evidenza della cosa terribile si palesa rimbalzando di volto in volto fino a specchiarsi in quello del Narratore stesso, “il più devastante svelamento del Nulla mai concepito che fa della Recherche uno dei libri più violenti e realistici mai scritti”, così ama sempre dirmi Rudy e ha ragione. L’azione del Tempo è qualcosa di irrimediabilmente feroce, la distruzione che esso opera sui corpi nonché sulle menti, il disincanto, le disillusioni, la stanchezza morale, è un meccanismo che trancia brutalmente nei suoi ingranaggi tutte le speranze, ciò che siamo stati, ciò che non potremo più essere, la perdita della forma e della sostanza di ogni cosa. La vecchiaia è davvero la cosa terribile, poiché svela pienamente l’inganno del vivere. Credetemi. E’ una disgrazia essere vecchi, non avrei voluto invecchiare mai, si lo so, questo lo dicono in tanti ma io volevo proprio non superare la soglia dei cinquant’anni. Mi sembravano condanne atroci, soprattutto in quanto donna e ancor più in quanto bella donna, il disfacimento, la vecchiaia, l’orribile abisso nero della morte. Si, perché la vecchiaia non è altro che l’anticipazione della morte. Ungaretti diceva che la morte si sconta vivendo, io dico piuttosto che la morte si sconta invecchiando. Ero quindi fermamente decisa a non campare oltre il cinquantesimo anno d’età, in gioventù riponevo tante speranze in un bell’infartino, che ho avuto eh ma che non è stato abbastanza letale, più avanti ho anche preso in considerazione l’idea del suicidio, ma poi mi sono innamorata follemente di Miguel, attore che calcava i palcoscenici con me negli anni ’70, e sono scappata con lui in Argentina. Ah, si non ve l’ho detto, facevo l’attrice. Nel frattempo avevo anche iniziato a militare in Potere Operaio in quegli anni, degna figlia dei miei, e la fuga mi parve un’ottima soluzione perché il clima qui stava cominciando a diventare pesino. Così alla soglia dei cinquant’anni me la svignai dall’altra parte del mondo, abbandonando propositi suicida, con un uomo bellissimo, dieci anni più giovane di me, che mi amava nonostante fossi, come si dice oggi, una “donna matura”, con ardore e grande passione. Forse un po’ troppa passione. Quando mi sparò in una mano, accecato dalla gelosia, in un teatro di Buenos Aires decisi infatti che era ora di fare le valige e ritornarmene a casa. La mia vita sentimentale è sempre stata piuttosto burrascosa; non mi sono mai annoiata ecco. Ma scusate, ho di nuovo divagato, la bomba dicevo. Che poi a ben guardarlo da un’altra angolazione questo atto terroristico potrebbe essere visto quasi come un’azione caritatevole e di misericordia nei confronti delle cariatidi che si aggirano in uno stupore catatonico per queste stanze e questi corridoi tirati a lucido. C’è chi ha il cancro (vedi me), chi l’Alzheimer, chi il Parkinson, chi la demenza senile, chi se ne va a zonzo con un sacchetto per le feci legato in vita, chi ha l’artrite reumatoide, chi più ne ha più ne metta; un’intera enciclopedia delle infermità umane. Si cari, la vecchiaia va quasi sempre a braccetto con la malattia ed è una cosa pietosa assistere quotidianamente a questo spettacolo imbarazzante di decomposizione collettiva, così tanto che mi son rotta il cazzo, mi fa tristezza, darò una morte scenica ed elettrizzante a questi poveri corpi malandati. Tipo Angelo della Morte, ste robe qua. E poi dico, ma lo sapete quanti quattrini ci spillano questi vampiri assetati delle nostre finanze, questi dell’ospizio intendo. Tanti, troppi, per i miei gusti, tutti i risparmi di una vita. Razza di associazione a delinquere. La bomba è anche e soprattutto per loro.
Qualcuno potrebbe obiettarmi e tu perché non ti fai saltare in aria anche tu insieme a tutti? Perché gli altri si e tu no? Eh bhé certo, è una domanda del tutto legittima. E la risposta è che io ho già una bomba a orologeria che cresce dentro di me. Mi mangia i polmoni, la pleura, i bronchi e ha già iniziato a mietere altre vittime tra gli organi perché dalla mia bomba un giorno si sono staccate delle piccole bombettine che non sapendo che cazzo fare se ne sono andate a fare una girata per il mio corpo e hanno deciso di impiantarsi tipo nei reni, nel fegato e robe così. Tra un mese o due queste bombe deflagreranno tutte insieme, ad un segnale convenuto tra loro, anzi più corretto dire imploderanno, ed io me ne andrò per sempre, probabilmente ricordata come la vecchia terrorista che fece saltare in aria l’ospizio. Una bomba di titolo, perdonatemi di nuovo il gioco di parole, un titolo da sbatti il mostro in prima pagina, come nel film con Volonté, ah quanto mi piaceva GianMaria, ho avuto con lui anche un breve flirt, un uomo come non ne nascono più oggigiorno, un grandissimo attore. Sarà una morte brutta la mia, lo so. Morirò per soffocamento e non è proprio una cosa entusiasmante, se si pensa che ho avuto ben due infarti e nulla, nessuno dei due letale, e poi un giorno arriva un cazzo di carcinoma che mi obbliga a smettere di fumare e mi ucciderà soffocandomi. Che palle. Ciò nonostante bisogna accettare la bomba, ad ognuno la sua, possibilmente in maniera serena. Ed è per questo che sarebbe vile farsi saltare in aria con gli altri qui dentro, no, io andrò fino in fondo a questa faccenda e accoglierò la bomba dentro di me, accettando il fatto che sia lei a darmi la morte. L’unica persona per cui mi dispiace è Rudy; soffro molto a pensare che il suo corpo verrà ridotto in mille brandelli, il mio caro, dolcissimo Rudy l’amico migliore che io abbia mai avuto, anche perché in effetti ne ho avuti pochi di amici uomini, i rapporti si compromettevano quasi subito e quasi sempre in un letto; scusate continuamente queste digressioni del cazzo sulla mia gioventù andata, ma tranquilli capiterà anche a voi che oggi fate tanto i giovani spavaldi e baldanzosi, vi attaccherete ai ricordi del passato come cozze allo scoglio. Ho anche pensato di portarlo con me, Rudy dico, ma mi è sembrata un’idea sciocca, non voglio che mi veda morire, senza contare che non saprebbe prendersi cura né di me né di se stesso e poi dopo che farebbe, dove andrebbe? Povero Rudy. No no, è giusto che anche lui vada incontro al suo destino, alla grande scena finale che ho preparato per stanotte a mezzanotte. Morirà nel sonno, abbracciato ai suoi sette preziosissimi volumi del La Recherche Du Temp Perdu, con i quali va a letto tutte le notti. Vedrai Rudy, sarà un’esplosione bellissima, degna della magnificenza della scena del ballo dai Guermantes alla fine de Il Tempo Ritrovato, e l’evidenza della cosa terribile rimbalzando uno a uno sui volti degli ospiti della casa di riposo fino a specchiarsi in quello del Narratore stesso, cioè io, verrà finalmente e definitivamente annientata dal fuoco.
Sono andata su YouTube e ho digitato “come costruire una bomba a orologeria” e mi sono guardata un po’ di video sull’argomento, ho studiato, ho preso appunti e ho racimolato un po’ di materiali, qualcuno l’ho comprato su internet e me lo sono fatto spedire. Ci ho messo un po’ di tempo per non destare troppi sospetti. Le mie esperienze non propriamente ortodosse nella militanza degli anni ’70 poi hanno fatto il resto. Ho piazzato la bomba nel salone principale, sotto la televisione e l’ho programmata sulle 00:00 in punto. Non ci sarà nessuno lì davanti a quell’ora, saranno tutti a dormire.
Ho detto alla direttrice che me ne andavo due giorni a trovare una mia cugina alla lontana che viveva al mare. Era l’unica parente di cui ricordassi l’esistenza e volevo salutarla prima dell’ineluttabile mia fine. Naturalmente non era vero niente e la direttrice aveva un po’ storto il naso “ma insomma, nelle sue condizioni, un viaggio non mi sembra molto indicato” fiutando forse l’odor di cazzata ma le ho risposto che ho girato mezzo mondo e non sarà certo un cazzo di tumore ad impedirmi di prendere un treno e andarmene al mare. Già che mi impedisce di fumare, non gliene darò altre vinte. Così le ho risposto. Lei, a malincuore, di fronte alla mia risolutezza ha dovuto accettare e mentre facevo retromarcia sulla mia seggiolina a rotelle motorizzata e uscivo dal suo ufficio, sghignazzando sotto i baffi, mentalmente le ho detto “Adios, brutta stronza”. Mentre facevo la valigia Rudy si è affacciato alla porta della mia camera. Ho avuto un sussulto. Mi ha chiesto se andavo da qualche parte e gli ho risposto con la solita scusa inventata. Mi è sembrato un po’ triste. “Rudy sto via solo due-tre giorni” ho sorriso ricacciando indietro le lacrime. E’ uscito per ricomparire dopo poco con i sette volumi del La Recherche in mano “Tieni portali con te, voglio che tu li abbia”, mi ha dato un bacio tremolante sulla fronte e poi è uscito. Sono rimasta senza parole e sono scoppiata a piangere come un’adolescente alla sua prima delusione amorosa, solo che io non sono un’adolescente, sono soltanto una vecchia acida del cazzo che ha una bomba ad orologeria dentro di sé e ne ha piazzata un’altra sotto un televisore per far saltare in aria tutto quello zoo di umanità decomposta che non ce la fa più a sopportare perché troppo simile a lei. Ecco quello che sono, penso uscendo di lì nella luce del pallido sole di gennaio con Proust sottobraccio mentre Arturo, l’inserviente, carica il mio trolley sul taxi e poi mi aiuta a salire sul sedile posteriore; in quel momento alzando gli occhi intravedo Rudy che fa capolino dietro il vetro di una finestra al primo piano e sollevando timidamente la mano mi saluta per l’ultima volta.

 
Sono su un treno diretto a Parigi, vado a vedere la tomba di Marcel Proust, gli porterò un fiore da parte di Rudy rifletto cullata dall’ipnotico dondolio del treno, quando alzando la testa vedo il titolo a caratteri cubitali sul giornale che sta leggendo il passeggero seduto di fronte a me “BOMBA ALLA CASA DI RIPOSO, RICERCATA ANZIANA OTTANTASETTENNE, EX ATTRICE, MALATA DI CANCRO E CON PASSATO DA TERRORISTA DATASI ALLA FUGA”. Ah ma che bella recensione! Quanto mi ci sarebbe stato bene ora un bel ciccone ad esaltare lo scatenarsi delle endorfine, penso, come dopo una grandiosa scopata. Tossisco convulsamente, più al pensiero della scopata (roba del paleozoico per me) che non della sigaretta ma mi ripiglio in fretta fortunatamente. Poi da dietro le spesse lenti degli occhiali comincio a leggere il libro che ho tra le mani “A lungo, mi sono coricato di buonora la sera…”

SE SON BOMBE ESPLODERANNO (Parte Prima)

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Si meritano la bomba. Io farò anche una fine del cazzo eh, ottantasettenne su una seggiola a rotelle motorizzata, due bypass e una freschissima prognosi di carcinoma al polmone destro, ma loro se la meritano, oh si che se la meritano, una bella deflagrazione che faccia saltare in aria tutto. Sarà il mio ultimo atto rivoluzionario, il mio addio a questo mondo crudele, la degna conclusione di un’esistenza turbolentissima in cui ve lo dico proprio francamente, me la sono anche spassata alla grande, ma siccome tanto farò una brutta, bruttissima fine e nessuno a quest’età e in queste condizioni potrà minimamente pensare realisticamente di processarmi ho programmato la mia uscita di scena nel modo più radicale possibile: a mezzanotte di questa sera farò esplodere la bomba e tutta la casa di riposo per anziani crollerà su se stessa come un patetico castello di carte.
Sono venuta ad abitare qua sette anni fa, dopo il mio secondo infarto, non avendo nessuno che si occupasse di me. Non ho mai condiviso la sciocca e deleteria ossessione della maggior parte del sesso femminile per la procreazione e dunque mi sono astenuta per tutta la vita dal figliare, un atto di un egoismo e di una ripugnanza assoluti, davvero non ho mai capito come una persona cerebralmente in salute possa avere il desiderio sconcertante di riprodurre la vita; un po’ come quelli che credono in Dio. Tutta gente da TSO immediato. Scusate se passo subito a polemizzare su argomenti caldi come questi, ma che volete, mi stanno a cuore e poi sarà meglio chiarirvi immediatamente le mie posizioni visto l’atto che mi appresto a compiere. L’ateismo e una ferma e sacra convinzione di irripetibilità mi hanno guidata per tutta la vita. Il mio migliore amico Rudy non si capacita, si chiede ogni giorno come mai queste due certezze incrollabili come fortezze nella mia mente non lascino ancora il posto ad una dolce rassegnazione conseguente il declino e l’approssimarsi della morte. Dice che invecchiando l’ateismo diventa un coinquilino scomodo, una posizione difficile da difendere e pure impegnativa; dice che è bello affidarsi alla fantasia d’un abbraccio eterno, nel sonno dei giusti. Mi viene da sorridere quando parla così ma non voglio offenderlo, è il mio più caro amico, qui dentro e al mondo, l’unico che sa toccare la mia scorza coriacea sferzata dalla vita. Per questo non dico nulla, rido tra me e me e cambiando argomento gli chiedo di aggiornarmi per favore sull’ultima puntata di True Detective, serie americana di gran successo che lo appassiona e lo entusiasma incredibilmente. Io me la sono già guardata tutta in streaming sul mio Mac book air, ma faccio finta di no, mi piace ascoltare Rudy che mi racconta le avventure dei detective Rust e Marty, ha una capacità espositiva affascinante. E’ stato professore di letteratura francese all’Università e l’amore della sua vita è sempre stato Proust (più che amore in effetti sarebbe giusto parlare di vera e propria ossessione) tanto da spendere fiumi d’inchiostro in saggi e pubblicazioni sull’autore de La Recherche. Ha un unico figlio, e manco a dirlo lo ha chiamato Marcel, che ha seguito la sua carriera accademica e adesso insegna fisica nucleare negli Stati Uniti. La moglie di Rudy è morta per aneurisma poco dopo la laurea di Marcel. E così, ritrovatosi solo e non più autosufficiente, è venuto a recludersi spontaneamente qui dentro. Proprio come me; senza parenti e con un bel gruzzoletto di soldi (perché questo cari miei è un posto sciccoso e le rette sono piuttosto altine, da vip!) ho deciso di venire a trascorrere i miei ultimi anni in questo posto. A Rudy a volte replico che non è vero che non mi sono addolcita, una scelta del genere non sarebbe stata proprio da me che son sempre stata una testa calda, ribelle e scapestrata e che ce ne vuole tanta di dolcezza per abbandonare il randagismo e venirsi a rinchiudere in questi konzentrationlager autorizzati, in questi zoo di umanità marcescente, di lusso e tirati a lucido certo, ma pur sempre di recinti per decomposti alla fine si tratta. Rudy mi sorride sornione rispondendomi che questa non è dolcezza semmai rimbambimento senile, e a questo giro ha perfettamente ragione lui. I maligni qui dentro dicono che se mi fossi riprodotta adesso avrei dei figli amorosi che si prenderebbero cura di me ‘Oh, bhé siete tutti senza prole allora a quanto pare qua eh…’ ridacchio nel silenzio di un imbarazzo generale, poi mi prende la tosse, catarrosa e spossante, mi devono subito portare l’ossigeno e nulla, gag finita.
Insomma, cinque mesi fa mi è stato diagnosticato questo tumore. Che palle, è la prima cosa che ho pensato in conseguenza del fatto che ho dovuto smettere di fumare. Io fumo un pacchetto di sigarette al giorno dall’età di dodici anni. Forse qualche simpaticone tra di voi chioserà che bhé allora, una neoplasia polmonare direi che è veramente il minimo che ti potesse capitare, i soliti disfattisti non fumatori, mi sembra già di sentirvi tutti orgogliosi delle vostre vittorie sul non si può fumare qui e non si può fumare lì, e il fumo passivo fa male, e i bambini, dio mio chi pensa ai bambini? E le vostre foto di polmoni corrosi dal cancro spiattellate sui pacchetti di sigarette e il fumo uccide e tutta questa zolfa qui. Fascisti, siete solo dei fascisti. Il fumo è la più alta e vera espressione di libertà di un individuo. Libertà si, anche quella di volersi procurare una morte lenta e asfissiante che a ottantasette anni si ergerà nera e impalpabile sopra la tua testa, un guizzo di luce scintillante che fa risplendere la mannaia sollevata in alto pronta a farla cadere con netta precisione, questione di qualche altro mese mi sa. Libertà dicevo, si, non c’è niente che mi faccia stare meglio di una sigaretta e il saper provare piacere è massima espressione della libertà delle persone; solo chi riesce a stare bene e procurarsi piacere è libero. Qualcuno la definisce una schiavitù, una dipendenza (e se siete tra questi siete delle brutte persone, sappiatelo); ebbene io ho sempre assaporato con infinita gioia egoista ogni singolo tiro di ogni singola cicca fumata in vita mia, e posso assicurarvi che sono tante. Ecco perché quando il pneumologo mi ha dato la diagnosi di carcinoma polmonare di IV grado di tipo M1 (ovvero belli miei mi son beccata pure le metastasi, pacchetto tutto compreso) la prima cosa che ho pensato è stata che palle. Non che faccia molta differenza se continuo o meno a fumare, visto che è incurabile, inoperabile e compagnia bella, solo che già respiro a stento, fumare è proprio assai impossibile. Fino ad un paio di mesi fa ogni tanto una sigaretta me la fumavo ma quelli di qui s’incazzavano perché mi venivano le crisi respiratorie e allora m’è toccato smettere davvero. Ogni tanto quella squinternata di Eugenia, una ex cantante di cabaret con l’Alzheimer, mi fa fare un tiro, giusto uno. Tossisco per un’ora e ho subito bisogno dell’ossigeno, ma sono felice come una bambina la mattina di Natale. Dio non esiste ed io ho il cancro. Non che il fatto di avere il cancro è giustificazione e spiegazione del mio non credere eh, che come ho già detto posseggo da una vita intera, del resto mio padre Navarro è stato tra i fondatori del PCI a Livorno nel 1921 e mia mamma Lucia, maestra elementare comunista e fervente anticattolica, fu esiliata sull’isola di Ventotene per essersi rifiutata di prestare giuramento al regime fascista, e con una tale storia familiare alle spalle pensate davvero che io avrei potuto credere alla benché minima idea sull’esistenza di un qualche ridicolo assunto teologico? Suvvia. Dio è una sciocca invenzione capace, lo riconosco, di affascinare e confortare le masse e l’intimo animo umano. Ma aprite un libro di scienze, leggete Darwin, volgete gli occhi all’Universo, interrogatevi sulle stelle (non interrogate le stelle e gli oroscopi, un’altra scemenza cosmica, mi si passi il gioco di parole), sull’infinitamente grande e sull’infinitamente piccolo, sul senso della vita umana, sul nostro affannarci quotidiano, tutto che accade nella più immensa e immobile indifferenza del Cosmo, capirete che l’idea di Dio è nient’altro che un’ invenzione, per altro a mio avviso assai perniciosa. Son pensieri che danno le vertigini, forse anche la nausea, lo so, ma è così. Bisogna essere davvero coraggiosi per affrontare la realtà del mondo e cioè che noi non contiamo nulla e siamo solo una perversione della natura, che la nostra vita non ha alcun senso nell’economia del tutto se non forse la riproduzione e distruzione di atomi continua. All’infinito. Dunque Dio non esiste e a me è venuto il cancro dicevo, scusate mi perdo sempre nei discorsi, ma le due cose, ripeto non sono necessariamente collegate, solo che la seconda mi rafforza fortissimo la prima, nonostante il telaseiandataprorioacercare, insomma se esistesse Dio mi concederebbe almeno un ultimo desiderio prima di morire no? Eh, il mio sarebbe fumare l’ultima sigaretta. Ma già sapete che non posso, quindi, Dio non esiste.

[FINE PRIMA PARTE]

“Le Dissolute di Sainte Justine”

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Nelle decomposte stanze adornate di cristallo gocciante e sanguigni broccati dell’ala ovest, gli alabastri e i mortali marmi rispecchiavano crudeli una luce sempre sul punto d’implodere. Il pesante velluto scuro sigillava grandi vetrate e poco o niente penetrava del mondo esterno nella clausura dell’antico convento di Sainte Justine. Qui vivevano due tra le creature più turpi, viziose e scellerate della cosidetta epoca dei lumi, Virginie De Sainte-Ange e Claudine De Curval. Erano bellissime femmine di circa ventitré anni provenienti dalle famiglie più nobili e ricche di tutta Parigi, ma la cattività claustrale non aveva impedito loro di aver accesso agli empi e dissoluti piaceri della carne; i loro prediletti del resto. Il denaro delle loro famiglie pagava ogni cosa naturalmente, anche il discreto silenzio della Madre badessa che faceva finta d’ignorar ogni cosa riguardo ai singolari costumi delle due monache. Virginie e Claudine avevano i loro personali appartamenti, sfarzosi e decadenti allo stesso tempo, che ospitavano le immoralità di quelle fameliche donne. Condividevano infatti entrambe il medesimo gusto sadista per la lascivia e la vessazione, la tortura e l’assassinio, le eleganti orge e la passione sfrenata per il vino.
Le loro giornate trascorrevano laide e molli nel claustrofobico di quelle mura mentre venivano trattate come sontuose principesse dagli eccentrici gusti. Il pranzo, luculliano e sfarzoso, era servito alle ore quattordici virgola trenta. Discinte nelle loro vesti da camera, senza nulla sotto, mangiavano adagiate su imperiali chaise-longue obbligando i servi a leccare tutto ciò che per sbaglio cadeva sui loro superbi corpi sporcandoli. Carponi e con le mani rigorosamente legate dietro la schiena. Le due libertine si eccitavano moltissimo infatti a queste pratiche. Finito il pranzo si ritiravano nelle loro stanze sotto l’urgenza spasmodica della bramosia, regalandosi reciproche estasi orgasmiche; l’una solleticava con la bocca il sesso già grondante dell’altra fino a venire inondando di fluidi corporei le lenzuola di raso. Potevano trascorrere così pomeriggi interi senza smettere mai, erano diventate talmente tanto esperte che sapientemente avevano appreso del ritardare il piacere l’arte.
Dopo un emolliente e caldo bagno rilassante in vasche smaltate di ceramica dai piedi leonini, alle ore diciotto virgola zero zero Virginie e Claudine si recavano nella cappella assieme alla Madre badessa per recitare i vespri dove s’inginocchiavano, nude sotto le monacali vesti, davanti alla Santissima Croce. La badessa, qualche metro più avanti, ripeteva salmodiando orazioni e invocazioni all’Altissimo pregando per quelle anime già perdute mentre le due sgualdrine più indietro, indirizzando sospiranti pensieri impudichi a quel corpo sofferto che in costume adamitico davanti a loro sulla Santissima Croce pendeva, nascondevano sotto la tonaca le dita e sfiorando i loro depilati sessi godevano in estasi trattenendo l’orgasmo.
Tornate nei propri appartamenti si preparavano con grande sfarzo alla cena e soprattutto al dopocena. Ai loro corpi richiedevano infatti la perfezione, la meraviglia più assoluta, dovevano essere impeccabili, superbi, di una sconvolgente bellezza e finezza. Del resto la natura assai benigna si era dimostrata con esse, avendole dotate di un’avvenenza e di una compiutezza a dir poco magistrale, ma tanto era divino il loro aspetto quanto più era criminale la loro anima.
Madonne splendidi e terribili dallo sguardo profetico d’indemoniate.
Alle ventidue virgola zero cinque veniva offerta la cena alla quale quasi sempre partecipavano ospiti di magnificenza e perversione in eguale misura dotati. Duchesse, arcivescovi, notai, contesse, marchesi e generali non mancavano mai al fastoso e cruento banchetto, dove di norma erano servite non meno di dieci portate, piatti esotici e ricercati per quei nobili e raffinati palati e il miglior vino delle cantine di Francia sgorgava a fiumi annegando in litri d’etilico le già delittuose menti, suggerendo ulteriori sconcezze e massacri da praticare totalmente indisturbati dentro quelle decomposte stanze adornate di cristallo gocciante e sanguigni broccati.
Virginie e Claudine facevano la loro comparsa quando tutti i commensali avevano preso posto. Adoravano lasciarli in trepidante attesa, a volte anche per un’ora, ma mai deludevano le aspettative. Apparivano sfavillanti nel loro trucco scuro sulle palpebre trasudando erotismo da tutti i pori; i loro colli, racchiusi in preziosi collari di diamanti, da elaborate acconciature che raccoglievano in alto la chioma erano messi in risalto. Vesti provocanti, eccessive e aristocratiche magnificavano le loro sensuali figure anche se spesso non disdegnavano però di presenziare all’orgiastico pasto nel loro monastico abito, appositamente modificato per l’occasione. La commistione oscena del sacro e del profano era infatti da esse particolarmente apprezzata e ricercata; a Virginie era cosa assai gradita esser fottuta sopra gli avanzi della regale cena soltanto con indosso il suo enorme crocifisso d’oro tempestato di sbalorditivi rubini mentre succhiava la superba verga del cardinale di turno. Lo sbattere della Santissima Croce sul suo seno perfetto la eccitava più di ogni altra cosa rendendola più similare ad una famelica belva che non ad un’umana creatura. Esser leccata in ogni orifizio da femmine e maschi al medesimo tempo, coperta esclusivamente dal suo monacale velo era invece la passione di Claudine; rivolgeva gli occhi al cielo rapita dalla sua terrena estasi con le mani giunte in atto di preghiera mentre dita e lingue in sconosciuta moltitudine la penetravano e la esploravano ingorde. L’immaginarsi martire sbranata da cannibali bocche la eccitava più di ogni altra cosa rendendola più similare ad una famelica belva che non ad un’umana creatura.
Per omaggiare le due libertine incessantemente in calore gli ospiti erano soliti portare al banchetto incantevoli fanciulle e prelibati giovinetti nel fiore dell’adolescenza, ovvero fresche vittime sacrificali ad acquietare un poco l’inappagabile sete di sesso e sangue delle due scellerate. Prima venivano rimpinzati di cibo fino a scoppiare, spesso fatti mangiare per terra a quattro zampe, poi innaffiati con dolcissimo vino fino a renderli ebbri. Verso la fine della cena, quando principiavano le orge, gli sventurati venivano completamente denudati e costretti a partecipare ai dissoluti festini, ridotti a schiavi sottomessi della feroce lascivia e obbligati a soddisfare qualsiasi indecente capriccio o desiderio. Ma l’orgasmo non placava la sete tremenda delle lussuriose monache. L’eccesso, la tortura, il delitto, ogni sorta di nefandezza stimolava le voglie di Virginie e Claudine le cui menti partorivano le fantasie più agghiaccianti e gli abomini più mostruosi; supplizi inimmaginabili accendevano di desiderio quelle cupe anime e non se ne saziavano mai. Erano incontentabili e perennemente affamate di libidine, sangue, crudeltà e violenze d’ogni sorta.
Li legavano con pesanti catene alle colonne delle possenti architravi, poi facevano cadere su quelle tenere e rosee carni fruste e gatti a nove code, dilaniandole furiosamente. Non ancora soddisfatte li appendevano al soffitto per i piedi lasciandoli dondolare a testa all’ingiù schiaffeggiandoli mentre viziose si baciavano in bocca e straziavano i loro capezzoli con morsetti d’acciaio e unghiate violente; il resto dei convitati si dilettava nell’ insudiciare quei corpi inermi con minzioni ed escrementi; li sodomizzavano con qualsiasi spaventoso e gigantesco arnese si trovassero a portata di mano; cucivano i sessi delle ragazze e mutilavano gli scroti dei giovinetti e tutto ciò provocava in loro una gioia sublime, un turbamento quasi mistico. Il palesarsi delle loro passioni più tremende, le mutilazioni, lo scorrer copioso del sangue mischiato allo sperma, disperso a profusione per l’incredibile eccitazione che quelle terrifiche scene procuravano a tutti i partecipanti, le fustigazioni orribili a cui sottoponevano quegli innocenti, tutto le esaltava, tutto le mandava fuori di cervello come sotto l’effetto di una potentissima droga. Feline assetate di sangue si leccavano le turgide labbra in estasi emozionandosi fino al parossismo, registe di quell’incredibile inferno che avevano personalmente allestito.
Ogni notte l’orchestrato delirio prendeva la forma delle loro impudiche brame, tra le risate e i baccanali orgiastici dei convitati, Virginie De Sainte-Ange e Claudine De Curval, madonne splendidi e terribili dallo sguardo profetico d’indemoniate, ascoltando le grida dei torturati si toccavano gemendo, ma solo quando il parossimo era stato raggiunto, l’omicidio compiuto e sangue innocente versato, le due criminali decretavano la conclusione e ubriache barcollavano verso i loro sontuosi letti, poco prima che il sole facesse capolino all’orizzonte.
Ma loro non lo avrebbero visto. Vivevano nel loro personale allestito inferno, in una notte perenne che non conosceva mai la luce del sole, ma solo una luce artefatta, sempre sul punto d’implodere. Le tenebre, le tenebre soltanto conoscevano, quelle tenebre che le avrebbero protette e cullate fino ad una luminosa giornata di luglio, dell’anno del Signore 1793, in cui i loro occhi lo avrebbero visto davvero il sole, forse per la prima e ultima volta. In quei pochi istanti prima che le loro teste rotolassero dentro una cesta, tranciate di netto dalla ghigliottina e il boato fragoroso d’entusiasmo degli astanti ponesse fine all’ultimo atto di questi sanguinosi fatti che qui si sono narrati.

[Racconto scritto nel luglio 2010, in omaggio alla mia immensa adorazione per l’opera del Marquis de Sade.]

Vietato fumare la droga (Seconda parte)

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Era uno di quei periodi lì, paragonabile forse ad una sindrome premestruale femminile. Vedevo tutto nero. Più del solito. Avevo una malinconia addosso che faceva provincia, Adelaide incinta di otto mesi se ne infischiava delle sue condizioni e lavorava forse più di prima. Era sempre fuori per lavoro, tornava, mangiava un cibo precotto qualsiasi sul divano davanti alla tv mentre faceva la ghigliottina (che manco a dirlo indovinava sempre oh), dopodiché passava le successive tre-quattro ore in videoconferenza su skype con altri scienziati collegati da ogni angolo del pianeta e a mezzanotte in punto chiudeva il mac, si scioglieva lo chignon, si metteva una camicia da notte trasparente e infilandosi nel letto spengeva la luce. A volte mi nascevano istinti omicidi. Avrei voluto premerle il cuscino sul viso e soffocarla, quella lurida cagna, ma la prospettiva della galera non mi allettava granché così le dicevo che andavo a bere una birra al bar e poi correvo a cercare rifugio per il mio cazzo esausto dal desiderio presso le carni calde e accoglienti della mia bellissima bomba sexy. Ma in quei giorni Betsabea non c’era sempre, era impegnata, lei diceva per lavoro, io sospetto si trattasse di un’altra tresca, comunque ero particolarmente giù, nervoso e irritabile. Quel giorno era un sabato pomeriggio, eravamo in studio a registrare il nuovo disco con i Compagni di Merengue e visto che ognuno c’aveva i suoi cazzi personali c’eravamo tutti ubriacati fortissimo, tanto che il fonico ci dichiarò molto candidamente che secondo lui i nostri pezzi erano tutti da neuro. A quel punto decidemmo di portarlo al baretto vicino e offrigli tre giri di gin lemon; finì la serata a vomitare anche gli occhi con la testa infilata nella grancassa della batteria.
Sul più bello mi telefonò Adelaide in preda ad una crisi di pianto. Erano due ore che provava a chiamarmi e non le avevo mai risposto. Sua nonna francese era stata portata d’urgenza all’ospedale quel giorno con fortissimi dolori al basso ventre, avrebbero dovuto operarla subito ma i dottori non avevano saputo dire se sarebbe sopravvissuta o no all’intervento, sia per le sue gravi condizioni sia perché era molto anziana. Si insomma, una vecchia decrepita, per capirsi. Ma Adelaide stravedeva per lei e così piangeva e gridava nel telefono, smoccicando sicuramente mi pareva di vederla, che doveva correre, sbrigarsi, che c’era un autobus che partiva tra un’ora e voleva assolutamente raggiungerla nella sua città, Marsiglia. Ora io, dato il mio più che elevato tasso alcolemico, non capivo un cazzo e non riuscivo nemmeno a comunicare in un linguaggio umano comprensibile e codificabile ai più, cercavo di calmarla farfugliando roba a caso sulla salute del bambino, ma lei riattaccò urlandomi contro diversi insulti che non ricordo ma che posso, con nemmeno troppo sforzo di fantasia, facilmente ricollegare al mio status di ubriaco totale. Insomma non sapevo che cazzo dovevo fare ma quella telefonata mi aveva messo una leggera angoscia addosso, allora provai a contattare Betsabea sperando di ottenere rifugio presso di lei per quella notte ma il maledettissimo wazzap si era piantato e non ne voleva sapere di funzionare; per di più quella grandissima puttana aveva tolto l’orario dell’ultimo accesso in chat, così per depistarmi ulteriormente Stavo probabilmente bestemmiando anche in turco quando Alain, il mio bassista mi passò una boccetta di xanax dal divano dov’era ribaltato ‘Tieni’ mi disse ‘ti vedo agitatino, ciccio, rilassati un po’ vai’. Ricordo che pensai tra me disgustato ‘Sta roba da casalingue disperate con la sindrome premestruale fissa, leccamelo che sfavio’ ma ciò nonostante tracannai comunque mezza bottiglietta soprassedendo sul fatto che non è buona norma mischiare alcol e benzodiazepine, davvero non è sintomo di molta saggezza. A rallentatore mi vedevo smascellare e imprecare contro quel cazzo di telefono che non funzionava, provavo a chiamare Betsabea ma entrava subito la segreteria telefonica. I ragazzi valutarono che lo xanax non era bastato a calmarmi e dunque presero la non lucida decisione di caricarmi in macchina e portarmi da qualche parte a smaltire la sbornia, secondo loro diventata ingestibile. Lasciammo il fonico ancora riverso a terra e salimmo in macchina di Pierre, il chitarrista, con Alain davanti e Ludovico, il batterista che mi teneva per le gambe per non farmi cadere giù di sotto mentre io ficcavo la testa fuori dal finestrino sul sedile posteriore. La situazione non migliorò quando Alain mi passò, con grande eleganza devo dire per avere il livello alcolico che aveva, una canna grassoccia e irresistibile, talmente irresistibile che infatti non resistetti e come un decerebrato fumai, sperando che il fumo si portasse via tutta la mia amarezza. L’abitacolo era riempito dall’odore di sputnik pregevolissimo e dalla voce naif di Faust’O. Mentre vomitavo chiamando alternativamente come in una litania dolorosa Adelaide e Betsabea bucammo una gomma a causa della guida forse un po’ troppo sportiva di Pierre. Nelle nostre condizioni ci sarebbero volute probabilmente due ore per cambiarla quando ad un certo punto il telefono squillò di nuovo, era Betsabea ed io salutai come un miracolo quella telefonata salvifica che mi ridava fiducia nel genere umano, ma tutto s’infranse alle sue parole ‘Sono fuori città, non tornerò prima di tre giorni, fai il bravo biscottino mio e non ti drogare troppo che poi non le reggi. Dai ti mando una foto delle mie tette dopo, baci amore’ al che presi il telefono e lo scagliai in terra con tutta la forza che avevo maledicendo a suon di diocane quella stronza atomica. Lo schermo dell’IPhone 4 andò in mille pezzi ed io molto probabilmente a quel punto svenni.
Quando mi risvegliai mi stavano trasportando come un cadavere attraverso della boscaglia, chiesi che cazzo stesse succedendo e dove fossero i miei pantaloni che mi accorsi di non avere indosso. Faceva un freddo impestato e mi stavo gelando il culo. ‘Numero da campionissimi’ mi risposero, di fuori come tacchini. Mentre giacevo a terra svenuto con il telefono rotto e i ragazzi dovevano portare in salvo l’antico vaso, ah no scusate, quella è un’altra storia, dicevo i ragazzi stavano cercando di cambiare una ruota, ma non era facile in quelle condizioni, avevano visto avvicinarsi lentamente una pattuglia della polizia. Così quei disagiati mentali avevano pensato bene di abbandonare l’auto lì, raccogliere i miei pezzettini e filare via a gambe levate che tanto sennò era un ritiro della patente assicurato. Avevano dovuto scavalcare una rete con me a peso morto bestemmiando molto e i miei pantaloni erano rimasti impigliati così nel tirarmi giù dall’altra parte mi si erano completamente strappati. Cercai di protestare ma non ne ebbi la forza. Il telefono che mi avevano messo in tasca del giacchetto trillò. Lo schermo era spaccato e la rottura aveva la forma di una ragnatela cristallizzata, nonostante questo intravvidi, come promesso, la foto delle tette nude di Betsabea appena arrivata. Sentì un fiotto di sangue correre a riempirmi i corpi cavernosi del pene. Mi diventò barzotto. Nello stesso istante un pensiero agghiacciante fece capolino in un anfratto recondito del mio cervello, quello nel quale probabilmente i pochi neuroni rimasti avevano cercato rifugio dal bombardamento feroce a cui li avevo sottoposti quella serata. ‘Ragazzy, il portafoglio porcoddio, dove cazzo è il portafoglio? L’avevo nella tasca dietro dei pantaloni, cazzo!’
Dovetti tornare indietro a cercarlo, in mutande e con una bomba atomica che mi deflagrava in loop nell’encefalo, poi era buio e non si vedeva un cazzo. Infatti inciampai in un ramo secco e picchiai una ginocchiata per terra a cui seguì un rosario di imprecazioni colorite e frizzanti verso l’Altissimo. Non sapevo dove cazzo ero e che cazzo stavo facendo. Ero in mutande, di notte nel nulla a cercare un portafoglio perduto, completamente sbronzo, fatto, drogato con una moglie incinta a migliaia di chilometri di distanza che mi odiava e un’amante ubicata in un non meglio identificato ‘fuoricittà’ che mi mandava le foto delle sue tette nude provocandomi erezioni, e non lo so io, se le pareva il caso, viste le circostanze. Formulavo vagamente e in maniera molto a rallentatore questi pensieri quando vidi sbucare fuori da un oscuro mare di nulla, tipo quello che mangia i confini di Fantasia nella Storia Infinita, due fari abbaglianti che mi puntavano contro come due fucili ferendomi gli occhi. Poi il sapore metallico del sangue in bocca. E poi non mi ricordo altro. Mi avevano investito.
Bhé, tutto sommato forse poteva andare peggio, ricordo d’aver pensato quando mi sono risvegliato vedendo il volto lacrimante di Adelaide che guardava il mio, tumefatto e mezzo bendato, sprofondato nel bianco immacolato dei cuscini. Mi hanno investito ma a quanto pare sono vivo e Adelaide, avvertita dell’incidente è tornata subito da me, e piangente mi siede accanto tenendomi la mano destra tra le sue. Poteva andare molto peggio in effetti, penso tra me e me rivolgendo un sorriso a mia moglie, la mia bellissima e innamoratissima moglie che vedendomi riaprire gli occhi asciuga con il dorso della mano i suoi, sistema gli occhiali da segretaria porca sul naso e dopo un momento di silenzio, illuminato dalla radiosità dei nostri reciproci sorrisi mi chiede, mostrandomi la foto delle tette nude di Betsabea sullo schermo frantumato eppure ancora così visibile del mio IPhone 4, ‘Amore, ma chi cazzo è questa?’.

Vietato fumare la droga (Prima parte)

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Bhé, tutto sommato forse poteva andare peggio, ricordo d’aver pensato quando mi sono risvegliato vedendo il volto lacrimante di Adelaide che guardava il mio, tumefatto e mezzo bendato, sprofondato nel bianco immacolato dei cuscini di un letto qualsiasi, in un reparto qualsiasi, di un ospedale qualsiasi, con molta probabilità la terapia intensiva visto com’ero ridotto. L’ultima cosa che ricordo sono due fari abbaglianti che mi puntavano contro come due fucili sbucati fuori da un oscuro mare di nulla, tipo quello che mangia i confini di Fantasia nella Storia Infinita, ferendomi gli occhi. Poi ricordo il sapore metallico del sangue. E non ricordo altro. Nessuna luce bianca avvolgente alla fine di nessun tunnel nero, niente di tutto quello che libri e film raccomandano dovresti vedere nelle cosiddette esperienze pre-morte. No, non mi è decisamente andata male, sono vivo a quanto pare e Adelaide, all’ottavo mese di gravidanza, piangente accanto a me mi tiene la mano destra tra le sue. Non sa nulla di Betsabea, e per questo dico che mi è andata decisamente di lusso, poteva andare molto peggio, poteva per esempio aver saputo di Betsabea.
Betsabea era la mia amante da quasi cinque anni. Ero sposato con Adelaide da sei. Ecco lo so, ora voi mi direte che sono un cazzone e che meriterei la pubblica impiccagione, che sono un uomo spregevole, un mostro infame e che mi dovrebbero ghigliottinare il cazzo. Tutto vero. Avreste ragione a sostenerlo con forza e ad appendere anche degli striscioni per la causa, sono un uomo di merda che non si merita la moglie in odore di santità che ha. E ma però cari miei che palle la santità. Io non sono mai stato affiliato alla dottrina cattolica del Soffri&Rinuncia. Adelaide mi sembrava una donna stupenda, di un rigore morale affascinante, un cervello raro, con due lauree in tasca e diversi master al suo attivo, parlava quattro lingue, lavorava in un importante ente di ricerca di fisica nucleare e faceva dei pompini che erano la fine del mondo. Mi ero chiesto per molto tempo, i sette mesi di fidanzamento antecedenti al matrimonio, che cosa cazzo ci facesse una si talentuosa persona con un essere sfigato come me, sceneggiatore di infelici pièce teatrali , appassionato di pugilato e cantante del complessino punk hardcore Compagni di Merengue. Un cazzone totale, in pratica. Ma Adelaide mi amava. Forse soddisfacevo inconsapevolmente il suo istinto crocerossino e materno che aveva dovuto reprimere per inseguire la carriera di gran scienziata. Tipico delle femmine. Fanno tanto le emancipate, poi si sentono in colpa e corrono subito ai ripari prendendosi la briga di accudire un disgraziato qualsiasi che le metterà incinte tempo zero ma che continuerà ad avere per sempre un debole incredibile verso la vodka. Liscia, naturalmente. E infatti appena mi resi conto di questo fatto ineluttabile mi presi Betsabea come amante. Adelaide e la sua deviante monacazione, tutta votata alla causa della scienza, mi avevano rotto il cazzo. E aveva anche smesso di farmi pompini, per giunta. Andasse un po’ in culo eh.
La conobbi ad un concerto, suonavamo in questo locale con i Compagni e altri gruppi per un festival di etichette indipendenti e lei era venuta a sentirci. ‘Mi fa male l’utero quando vi ascolto’ mi disse a fine concerto. Non sapevo se dovevo prenderlo come un complimento o meno, propenderei per il meno, ma comunque nel dubbio le offrii da bere. Betsabea era una bomba. Dopo dieci minuti che parlavo con lei avevo già una voglia di scoparmela in qualsiasi posizione immaginabile che morivo. Mi chiese di accompagnarla fuori a fumare, salvo piantarmi lì dopo tre minuti per andarsi a comprare la maglietta di un altro gruppo che aveva suonato dopo di noi al merchandising, non prima di aver comunque scattato una foto al cartello appiccicato sopra l’uscita “defense de fumer la drogue” e averla poi subito instagrammata. Mi faceva venir voglia di irrorarle la gola con fiumi di sborra con quelle tette dure e quelle treccine che le incorniciavano l’ovale perfetto del volto. Nella scena successiva di un ipotetico film che la mia mente girava a velocità supersonica infatti la cinepresa avrebbe inquadrato la sua testa muoversi su e giù con maestria e le sue ginocchia arrossarsi a contatto con l’asfalto ma purtroppo non accadde niente di tutto questo. Almeno non subito. Se la tirava un bel po’ quella Betsabea lì , mi toccò faticare abbastanza per farla cadere tra le mie braccia, comunque alla fine cedette, mi portò nel suo appartamento e chiamò a partecipare la sua coinquilina Ilde, una stangona bionda tedesca che reggeva l’alcol meglio di me e in un incontro di pugilato avrebbe forse potuto battermi a man basse. Raramente siamo stati soli nei nostri incontri sessuali, io e la mia amante, lei era sempre per le cose numerose, sosteneva che in due dopo un po’ si annoiava mortalmente, e così diciamo che mi sono dovuto un po’ adattare a queste curiose consuetudini. Non che ci abbia messo molto comunque.
E sicché Betsabea è diventata la mia amante, per cinque lunghi anni e no, Adelaide non si è mai accorta di niente perché per i rapporti umani ha la scaltrezza di una zanzara in pieno inverno e anche perché non è che facesse più di tanto caso al sottoscritto. A volte mi pareva quasi d’essere un brusio in sottofondo allo scorrere delle sue giornate. Intendiamoci, mi amava e mi ama moltissimo a tutt’oggi, ma mi dà per scontato; una legge fisica assiomatica e finita. Me la dà soltanto nel fine settimana, gli altri giorni no, dice che la deconcentra troppo dal lavoro e dalle ricerche, è quasi sempre stanca e quando torna a casa a sera invece di ballarmi un po’ sul cazzo con quei suoi occhiali da segretaria porca e i capelli rigorosamente raccolti in uno stretto chignon si deve mettere a fare la ghigliottina. Si quella cosa delle parole nel programma l’Eredità. Guardate che è avvilente. A volte così tanto avvilente che dopocena fuggo quasi in lacrime da Betsabea a praticare un po’ di sodomia, prassi che le è particolarmente congeniale, per consolarmi. Ha un culo bellissimo, come tutto il resto del corpo in realtà, la pelle è bianchissima, quasi traslucida, i capelli sono lunghi tinti di rosso fuoco e non si depila il pube. Ecco vorrei decantare la bellezza di questa cosa perché le donne completamente depilate mi hanno veramente rotto il cazzo; è una moda oscena che aborro e che spero passi in fretta, ho sempre pensato che se fossi re del mondo le prime a mettere al muro sarebbero le donne che si fanno la ceretta brasiliana alla fica. Devono morire tutte, e male anche.
Amo Adelaide, sarei un uomo perduto e finito se non avessi lei ma non potrei vivere senza Betsabea, mi è vitale come il respiro. Credo che nessuna di loro mi ami come e quanto le amo io, ma non importa, sono sempre stato votato all’infelicità e a questo sturm und drang che amichevolmente mi accompagna da tutta la vita, la tensione costante a voler creare qualcosa di grande, qualcosa di magnifico, di maestoso, qualcosa che rimanga nel tempo, qualcosa per cui meritarsi dei biografi. La ricerca persistente dell’unicità, dell’originalità, il bisogno di dimostrare a tutti di possedere una mente brillante, percorrere o credere di percorrere la via del mai sentito, del mai visto, del NUOVO che avanza, l’esistenza tenacemente tormentata da quest’anelito feroce a spiccare, la cancrena della nostra società moderna affetta dal virus dell’apparire, ammorbata dall’internet e dalle telecomunicazioni, colpita dalla piaga dilagante di una selvaggia e spropositata democratizzazione delle arti, in cui tutti possono fare tutto, suonare, scrivere, disegnare, fare foto. E così via. E tutti pretendere di essere famosi e di essere unici. La nostra mente ha perso però la capacità di immaginare, l’abbiamo lentamente allenata a perderla, eliminando quasi completamente alla radice il pensiero divergente e spargendo ovunque, su questa terra riarsa, il mefitico seme della televisione, mater terribilis, che chiede di continuo un tributo altissimo di neuroni e ci allatta alle sue mammelle rigonfie di audience. Il porno ha definitivamente ammazzato la nostra capacità d’immaginazione erotica, tirarsi una sega senza supporti audiovisivi è sempre più difficile, una mission impossible quasi. Una frustrazione ininterrotta è il risultato di quest’opera di sterminio del patrimonio intellettivo della razza umana. Almeno in me sicuramente lo è. Le critiche mi fanno incazzare come una belva, ho una tolleranza pari a zero alle critiche, per me la ‘critica costruttiva’ è una minchiata colossale, non esiste, io mi dilanio dentro quando qualcuno mi critica, pur sapendo anche da me solo di valere ben poco. Per molto tempo ho provato a consolarmi ripetendo che le critiche aiutano a crescere e quindi fanno parte di un processo di evoluzione della propria sensibilità artistica; questo nel migliore dei casi. Nel peggiore pensavo che il mio pubblico fosse mancante degli strumenti atti alla comprensione della mia arte nonché totalmente privo di gusto. In realtà secondo me la specie umana non evolve, bensì involve e quello che sembra progresso è nient’altro che uno scivolare lento verso uno stato di totale lobotomia della mente e del pensiero. Tra qualche generazione nasceranno soltanto individui con uno smartphone già impiantato nel cervello e forse c’è proprio da augurarselo. Quindi il ‘non son pronti per questo’ non regge più, crolla come un castello di carte; non lo saranno mai pronti, anzi sarà sempre peggio. O forse, con più probabilità, io faccio davvero molto schifo sia come scrittore di teatro sia come paroliere di testi canori.

[Fine prima parte.]

“SI PUO’ BERE ANCHE SENZA DIVERTIRSI” (seconda parte)

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Diversi mesi dopo, era quasi Natale, ero a cena fuori città con alcuni amici, mangiavamo cinese in una sudicia bettola cinese di uno sganasciato quartiere cinese, gestita sicuramente dalla mafia cinese con a capo la potentissima Xiù, soprannominata ‘il gabibbo nero’ per via del suo colorito lievemente olivastro e di un ventre assai prominente tanto da sembrare costantemente incinta di nove mesi. E tuttavia aveva dei piedini minuscoli, il 35 credo, e la faccia devastata da un’acne curata male. Xiù era incredibile, rideva sempre con i clienti, era amorosissima, mentre con la vagonata dei sottoposti, i suoi schiavi cinesi che probabilmente rinchiudeva nelle segrete del ristorante, era una tiranna che latrava ordini in mandarino. La sua specialità erano gli spaghetti. Li faceva in tutti i modi, di soia, di riso, saltati, alla piastra, al vapore, con qualsiasi tipo di condimento possibile immaginabile. Infatti il ristorante si chiamava Spaghetti di Xiù, era frequentato da cinesi, hipster, tatuatori e dopo una cert’ora ci potevi anche fumare dentro. Sul bancone avevano dei barattoloni di vetro dal liquido ambrato all’interno. Uno di questi conteneva la famosa grappa di cazzo. Si diceva ci fosse il cazzo di un cervo dentro a macerare e che bevendola la potenza e il vigore sessuale erano garantiti per una notte intera. Non ho mai voluto sperimentare, sinceramente sta cosa m’ha sempre fatto un po’ schifo, anche se la sapevo essere una gigantesca minchiata. Ora so che è chiuso, è andata l’asl un giorno e ha trovato un paio di cose non propriamente in regola, hanno cercato di narrarmi i particolari ma non ne ho voluto saper nulla. Voglio conservare un bel ricordo di Xiù e di quella bettola sgangherata che mi ha cibato così tante volte con amore e divertimento. Comunque dicevo, per tornare a noi, eravamo a cena lì, quando l’attenzione di tutti e quattro noi amici di vecchia data è stata rapita dalla comparsa di una figura femminile decisamente attraente che ha suscitato un concitato ‘Leccamelo che fia’ da parte un po’ di tutti. A volte la compagnia maschile sa essere terribile, lo riconosco. Infatti abbiamo finito la serata in macchina a fumare erba in un parcheggio, per dire il livello di disagio e naturalmente dell’angelo dai capelli neri e gli occhi di ghiaccio non se n’è saputo più nulla.
O almeno così pensavo. Fino a quando non l’ho rivista il giorno dopo, a teatro, in un’altra città ancora. Facevano un adattamento teatrale del Frankenstein di Mary Shelley, una di queste robe moderne in cui il teatro si contamina con altre realtà audio-video-tecnologiche. La creatura era infatti rappresentata dalla figura di un volto gigantesco quasi robotico e animalesco insieme proiettato sul fondale e gli attori venivano conglobati dentro questa immagine viva e pulsante che parlava, piangeva, cantava e pregava suo padre di non abbandonarlo da solo nel modo. Era bello e molto, molto straziante. Avevo degli amici che recitavano in quella compagnia, la Compagnia dei Soviet Seitan, perché naturalmente erano tutti vegani e stalinisti convinti anche se io li prendevo piuttosto per il culo con la gag dell’abbreviazione in Compagnia delle SS, e infatti come un deficiente stavo sempre a scrivergli battute su facebook da abile calembourista quale sono e quindi ecco ‘FÜHRER cavallo del west’, ‘Stendi in alto la mano, SIEG al tuo capitano’, ‘dammi un HEIL-five’, ‘sapore di SALEM’, e via di seguito continuando; proprio come un totale deficiente si. Comunque, mi avevano pregato di andare. Lei, la bellissima vista da Spaghetti di Xiù era sul palco e calava i panni di Elisabetta Lavenza, innamorata del cugino Victor Frankenstein che poi sposa e vittima della furia omicida del mostro da lui creato. Un vero talento per la recitazione, una voce e un’attitudine al palcoscenico incredibili. Ma tu pensa le coincidenze della vita, te la vado a trovare su un palcoscenico, nella stessa compagnia dove recitano i miei amici. Ragazzy, vogliamo dirlo o no che era decisamente una bomba questa coincidenza? A fine spettacolo uscii fuori sul retro del teatro a fumarmi una sigaretta aspettando gli attori che mi raggiungessero, cosa che accadde pochi minuti dopo, e non nego che speravo di veder anche quello splendore di donna di cui naturalmente mi ero già innamorato alla follia. E infatti, mentre stavamo lì a parlare dello spettacolo fumando nel gelo di dicembre uscì lei, accaldata dalla recente performance e stretta in un cappotto nero che le fasciava meravigliosamente i fianchi e una grossa sciarpa di lana tirata su fino al naso poco al di sotto dei suoi occhi di ghiaccio da sega, passatemi l’espressione. Salutò gli altri attori baciando l’aria intorno alle loro guance e se ne andò di corsa com’era venuta. A quel punto m’era diventata proprio un’ossessione. Dovevo sapere chi era, come si chiamava, quanti anni aveva, se era su facebook per eventualmente contattarla lì, tutto, dovevo sapere tutto, ovviamente. Max, che aveva interpretato magistralmente Victor, si accorse dei miei pensieri palesemente impuri, dall’espressione della mia faccia nel vederla scappare via come Cenerentola a mezzanotte, ma non feci nemmeno in tempo ad aprir bocca che ridendo mi apostrofò con un non simpaticissimo ‘Lascia stare, non è roba per te’. Pensai avesse una tresca con lei, non indagai, non volli, non ne ebbi il tempo perché nello stesso momento comparve Julie, non l’avevo vista tra il pubblico, ora me la ritrovavo lì davanti di colpo, un cazzotto nello stomaco e passando mi lanciò uno sguardo carico contemporaneamente d’ira e d’erotismo alla fine del quale avevo il cazzo ritto fino al mento. Quella folle puttana. Avrei dato il sangue per passare una notte con lei, eventualmente anche il suo. Facendole molto male, perché no.
Passai qualche giorno davvero di merdona, aver rivisto Julie mi aveva buttato giù di brutto, un hangover morale devastante. Avevo ricominciato a lavorare, scrivevo su un periodico on line, recensioni di dischi per lo più, brutti per lo più. Il fine settimana uscivo da solo, prendevo la macchina e me ne andavo in altre città vicine, che tanto nella mia non succedeva mai un emerito cazzo, a sentirmi live in compagnia della mia amica vodka e a concerto finito uscivo fuori, fumavo una sigaretta, se avevo culo riuscivo a scambiare anche due chiacchere con la bénd e poi me ne tornavo a casa, col sonno che m’avvolgeva sinuoso le palpebre mentre l’autostrada si srotolava dritta e perfettamente sempre uguale a se stessa sotto le ruote dell’auto. Abbassavo finestrini, mettevo spotify a tutto volume nell’abitacolo, prendevo caffè prima di ripartire seguito spesso e volentieri da un Montenegro SAPORE VERO, e nonostante tutto ciò erano sempre viaggi parecchio ma parecchio difficili. Il giorno dopo non mi ricordavo un cazzo del concerto e scrivevo recensioni di merda. Per tirarmi un po’ fuori dalla depressione caspica in cui ero sprofondato e dal tedio domenicale quanta droga consumavo la mia amica Lizzy, tornata dalle terre londinesi per le vacanze di Natale, mi passò a prelevare e mi portò a cena fuori in un bel ristorantino indiano. Lizzy era un dio probabilmente, o una fata caduta in terra a mostrar miracoli, infatti riempì il mio calice di vino per tutta la sera e poi mi trascinò nel suo appartamento dove m’innaffiò ulteriormente di pastis. Ah l’adorato pastis! Lizzy sapeva sempre come prendermi, e rimanendo nuda in guepierre e tacchi alti mi fece trovare finalmente un po’ di consolazione al mio stato vegetativo del mai una gioia, mai di quei giorni. Dopo due orgasmi ciascuno la bella e rossa Lizzy mi si sdraiò accanto per niente esausta e appoggiandomi la testa sulla spalla, come adorano spesso fare le donne, mi raccontò che aveva fatto un sogno strano la notte prima, in cui io e lei ‘ci trovavamo in un posto con grandi finestre, strapieno di gente inutile e noiosa, noi guardavamo fuori dalla finestra e veniva giù una nevicata forte e fitta, allora uscivamo fuori e quella neve era plastica, una plastica bianca e appiccicosa come schiuma che ricopriva ogni cosa. Alzavamo gli occhi al cielo e c’era una nuvola blu e rossa che splendeva nella notte e che in realtà a guardarla bene non era una nuvola bensì un’astronave aliena e da lì, da quell’astronave proveniva questa neve bianca, morbida e tossica. Noi rimanevamo lì imbambolati, circondati da gatti miagolanti, in mente un’avventura, quella di fuggire da quel mondo di plastica’. Mi commosse quel sogno, ma non glielo dissi. Mai dire ad una donna che qualcosa ti commuove, è la tua fine. Parlammo ancora un bel po’. Lizzy era una mente brillante, ed era un piacere passare il tempo con lei, sagace, intuitiva e raramente noiosa era una donna che mi affascinava, con cui adoravo fare sia del gran sesso che delle lunghe chiaccherate. Anche Lizzy era molto amica dei ragazzi dei Soviet Seitan, aveva collaborato spesso con loro perché faceva la grafica e aveva realizzato diverse locandine per i loro spettacoli, così si mise a raccontarmi qualche aneddoto di quando erano stati in tournée insieme, chiedendomi poi all’improvviso se conoscevo Isabella. ‘Dovresti conoscerla’ mi disse ‘ti piacerebbe molto, è l’attrice che interpreta Elisabetta Lavenza, l’hai vista no?’ Rimasi folgorato. Isabella. Cioè cazzo, quello splendore di donna si chiamava Isabella. No vabbé, ma nome omen proprio. A quel punto le chiesi anche se per caso sapesse se era o no su facebook. ‘Certo’ rispose baciandomi l’orecchio e subito dopo alzandosi per rivestirsi. ‘Si chiama Delitto e Castigo’.
E così, full of ENTUSIASMO e PRESOBENISMO le ho scritto, finalmente rilassato dall’aver risolto quel grattacapo intricato d’identità che m’aveva fatto palpitare il cuore fortissimo, e lei mi ha risposto. Ora parliamo di continuo. Dovremmo vederci nei prossimi giorni, lo spero, ma non è facile. Abita in una ex chiesa dove il telefono non piglia un cazzo e non le funziona mai wazzap e a volte mi risponde il giorno dopo perché non le arrivano i messaggi. Ciò mi snerva alquanto. Io comunque continuo a bere birra non divertendomi affatto, fumo come un turco e mi son messo a scrivere dei racconti di merda nel frattempo che aspetto e spero che lei si manifesti. E se non bestemmio guarda.

“SI PUO’ BERE ANCHE SENZA DIVERTIRSI” (Prima parte)

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Su facebook si chiamava Delitto e Castigo. Era una giornata d’agosto, probabilmente i primi giorni d’agosto, quando mi chiese l’amicizia. Faceva un caldo insopportabile e io avevo colonizzato il divano da molti giorni, la tv ronzava sui soliti programmi da due soldi che proponeva Real Time, che a proposito ho smesso di guardare, tanto l’unica cosa bella era IO E LA MIA OSSESSIONE ma me l’hanno tolta e allora meritano una lenta e giusta morte da calo dell’audience, sti stronzi con i loro format sciocchi su cupcake e uomini avezzi alla poligamia o poligonia che dir si voglia. Sono successivamente passato al canale di Focus, diverse stronzate anche lì eh, ma almeno tanti bei documentari sul nazismo e sulla nascita dell’universo non me li leva più nessuno, giusto forse la parabola quando fa le bizze. Comunque dicevo, me ne stavo inerte sul divano, il ventilatore sparato sul viso che mi prudeva per la barba incolta da giorni, ma andava bene tutto sommato, puntavo a farmela crescere, la barba si sa è molto hardcore; il tavolino andava pienandosi di bottiglie di heineken vuote e posaceneri debordanti; fumavo come un turco in quel periodo. Sul pc diverse finestre aperte, facebook, youtube dove ascoltavo i presobenissimi Napalm Death e i solarissimi Converge, youporn perché sono sempre stato un tipo da classiconi e avevo preso una fittonata incredibile per Valentina Nappi, volevo vedere tutti i suoi video e la seguivo su ogni social possibile e immaginabile del pianeta; avevo una pila di libri da leggere considerevole ma mi ero piantato sulle 943 pagine de Le Benevole di Littell dove mi identificavo benissimo con il protagonista Aue e la sua vicinanza con il pensiero della morte e volevo restare con lui per il maggior tempo possibile e infatti ci ho messo un mese a finirlo. Ho sempre questa cosa che quando prendo in simpatia qualcuno, reale o fittizio che sia non ha importanza, mi affeziono talmente tanto che divento ossessivo-compulsivo e quale sorpresa appunto per uno il cui programma tv preferito è IO E LA MIA OSSESSIONE? Mi ero da poco tatuato tutto il braccio destro, un bel tradizionale giapponese, ma la ferita non era ancora guarita bene, pizzicava molto ed io dovevo fare sforzi immani per trattenere la voglia di grattarmi così, per distogliere l’attenzione dal braccio, mi grattavo la faccia. Nel mentre bestemmiavo fortissimo. Mancava della droga, tutto sarebbe stato assai meglio con della droga in casa ma non ne avevo, allora ripiegavo sulle Wiston blu e sul luppolo, litri di luppolo.        Ah, i gloriosi giorni della disoccupazione.
Pensavo a Julie che mi scopavo in quel periodo. Era il mio sogno erotico e finalmente quell’estate l’avevo realizzato, mi sarei dato un cinque alto da solo per l’incredibilità della cosa, visto che era una fica stratosferica e tutti se la volevano chiavare e diciamo la verità, la suddetta essendo anche un po’ troia ne accontentava diversi. Non m’importava, con me c’era stato sempre un legame un po’ particolare e una tensione erotica palpabile e problematica nell’aria tutte le volte che ci vedevamo e tutte le volte che pensavo a lei mi veniva duro in trenta secondi, pensiero supportato dal ricordo dei nostri incontri amorosi che definirli una bomba sarebbe anche forse riduttivo. Le sputavo nella bocca serrandole le mani intorno alla gola e lei rovesciava gli occhi all’indietro aprendo le labbra sue rosse in una stupenda O; la scopavo piano mentre intrattenevamo conversazioni lunghissime e poi all’improvviso acceleravo, diventavo una belva, la sculacciavo quasi a sangue mentre lei sussultava in spasmi contraendomisi sul cazzo. Forse l’amavo. Julie era tanto bella quanto profondamente disturbata. Questo me la rendeva ancora più desiderabile, allora andavo a vedere le sue foto su Instagram, e diocane era una roba che toglieva il fiato, così preda dell’angoscia non sapevo che fare, sudavo, sospiravo come le shampiste, lei era sempre molto distaccata, una principessa di ghiaccio dunque io m’inibivo a scriverle in chat, non mi restava altro da fare per risolvere la faccenda che aprire youporn sulla mia bella Valentina sventrata da quattro o cinque nigeriani alti due metri e darmi sollievo con una sega. Ma il mio cuore era tutto per lei, per la mia bella e psicotica Julie.
Dunque pensavo distrattamente a lei quel pomeriggio quando vidi comparire su facebook la notifica di una richiesta d’amicizia. Si chiamava Delitto e Castigo appunto, e aveva come immagine profilo una foto di Umberto Smaila. Umberto Smaila cazzo. Sapevo che era una donna, lo avevo capito, una donna con l’immagine profilo di Umberto Smaila. Non ci potevo credere, un genio totale praticamente. A parte che ricordo sempre con affetto il grande Umbe, figura chiave della mia tarda infanzia quando mi rinchiudevo in camera mia la sera con la televisione accesa immancabilmente sintonizzata su Colpo Grosso e per altro venivo quasi sempre sgamato dai miei che si affacciavano per darmi la buonanotte e io facevo finta di fare zapping ma proprio in quei momenti il telecomando decideva di non funzionare mai, quindi ecco associo il mitico sempre a dell’imbarazzo clamoroso ma anche bello, le prime seghe sulle signorine cin cin che si aprivano così in nonchalance il reggiseno colorato, dai, ma che cosa bella! E poi ecco una donna che mette lui come immagine profilo, bhé credo sia molto avanti, dimostra gusto e anche cultura, mica ste montate fighette di legno con il rigoroso selfie mezze spogliate, finte imbronciate, fintamente colte di sorpresa (MACCOSA se è un autoscatto?), insomma l’ho subito accettata, non con l’accetta eh, nel senso l’ho accolta tra le mie amicizie, ma Delitto lì non aveva foto di sé medesima sono andato subito a controllare e mentre controllavo lei mi ha scritto su Messanger. Era interessante, m’incuriosiva ma non mi ricordo molto della conversazione se non che dopo due o tre battute languiva, io avevo bisogno di uscire a comprare le sigarette, il cane doveva pisciare e avevo diverse storyline aperte con altre donne che richiedevano la mia attenzione e il mio tempo. Che volete ho sempre avuto il mio fascino. E poi era opportuno che mi alzassi da quel divano. Dovevo vedere Letizia, la mia amica pittrice con cui ho flirtato per un po’, per un aperitivo e per parlare di quadri che avrei dovuto acquistarle, Sabina che mi voleva sempre nel suo box doccia con lei (un boxe doccia grande quanto una cabina armadio) dopo il sesso, poi c’era Olivia, la commessa del minimarket da cui andavo a comprare la birra che rimaneva imbambolata a guardarmi tutte le volte che entravo prodigandosi in complimenti su quanto scrivessi bene. Cagna che non era altro. Non avrà mai letto mezza riga di quello che scrivo, ci gioco la mia bottiglia di Sassicaia da aprire in un’occasione davvero speciale, indi per questo ancora assolutamente intatta, non deflorata. Elena la fioraia invece tutte le volte che passavo davanti al suo negozio con il cane mi lanciava espliciti sguardi di fuoco e si passava la lingua sulle labbra mettendo decisamente a dura prova la mia capacità di resistenza; cercava lo stupro credo, che altro? Avrei dovuto accontentala, si vede una volta non le era bastato. Infine dovevo pranzare con Francesca, la donna della mia vita, lei non lo sa o più verosimilmente fa finta di non saperlo anche perché attualmente fidanzata con un altro uomo e di questo io soffro in gran segreto e silenziosissimamente, ma a lei regalo i miei sorrisi migliori e pago pranzi, cene, tutto, pur d’averla con me per qualche ora. E poi naturalmente c’era Julie, la mia ossessione erotica, lo sapete ormai, ve l’ho già detto. Un lavoro di nulla stare dietro a tutte queste donne. Un lavoro sporco che mi logorava il fegato, il cervello e tutto il resto degli organi, ma che come suol dirsi, qualcuno doveva pur fare. E quell’estate, tra Le Benevole, Valentina Nappi, I Napalm Death, un po’ di scrittura e molta birra le donne mi occuparono la testa e il cazzo, chi più chi meno felicemente. Delitto e Castigo dal canto suo stava là, acquattata nell’ombra dell’impero del male di faccialibro, sempre con la sua simpatica foto del grande Umbe, per lo più silenziosa pubblicava molta musica e poco altro. Scambiammo due parole su Messanger forse altre due volte e basta. Continuava a rimanere per me un mistero. Non la capivo e non si faceva capire. Non ebbi comunque tempo di starle dietro. Nel frattempo Letizia e Sabina s’erano trovate un fidanzato e in nessuno dei due casi il soggetto in questione ero io. Continuavo ad amare teneramente (ma l’avrei amata anche parecchio carnalmente, come già avevo fatto in passato e alquanto bene, Francesca) e di conseguenza continuava il mio salasso finanziario per lei, tutt’ora in corso tra l’altro tendo a precisare, e dulcis in fundo Julie, che essendo una dissociata mentale, aveva prevedibilmente sbroccato, per cui mi aveva fatto incazzare, così tanto incazzare che l’avrei quasi appiccicata ad un muro, nonostante rappresentasse ancora la donna il cui solo pensiero mi faceva venire il cazzo duro come il ferro, ma al momento non ci vedevamo più. Con mio sommo dolore, per altro eh.

FINE PRIMA PARTE.

BUON NATALE UN CAZZO. APPUNTI PER UN ROMANZO.

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Ho smesso due anni fa di festeggiare il Natale, una festa che tra l’altro, in quanto non credente, mi appartiene anche ben poco ma vabbé non ne ho mai festeggiato il senso cristiano in realtà, non so nemmeno cosa ho festeggiato per ventinove anni, forse più la forma che la sostanza. Non volevo parlare di questo comunque quanto del fatto che è già comunque di per sé un periodo un po’ così, e con le cosiddette “feste” si acuisce la mia sociopatia e la mia voglia smodata di alcol, molto alcol. L’unica concessione che ho fatto al Natale sono le lucine attorcigliate lungo il corrimano delle scale. E non è escluso che ce le lasci per sempre.
Il Natale mi mette voglia di orrore, ho bisogno d’avvertire quasi fisicamente l’orrore di questo mondo che s’imbelletta di lucine lampeggianti, fiocchi, addobbi e altre sciocchezze simili ma che al di sotto di esse conserva intatta tutta la sua immonda parvenza. E quindi tutto ciò che mi metta in stretto contatto con il terrore dell’universo è ben accetto (American Horror Story, Chambers e Lovecraft e anche Updike si, perché no); le Patience & Prudence in sottofondo con le loro voci angeliche così America anni ’50 a perfetta sottolineatura del precedentemente già menzionato stridente contrasto. E siccome non sono in vena di festeggiare proprio un bel nulla qualche giorno fa ho preso la ferma e convinta decisione di trascorrere l’ultima notte dell’anno seduta a questa scrivania a principiare un romanzo che sarà IL Romanzo. Un altro figlio di carta, forse il più importante, articolato, maturo. Stapperò l’Amarone che tanto credo non si meriti nessuno se non esclusivamente la sottoscritta, mangerò un piatto di lenticchie (ma non per le sciocche credenze superstiziose quanto proprio perché le adoro) e accenderò molte candele che pare in gran numero facciano davvero calore. Naturalmente non ho uno straccio d’idea su cosa scrivere, no non è esatto, in realtà ho molte idee ma ciò che manca è un collegamento organico, un impianto narrativo solido e che faccia da fondamenta. Non mi preoccupo comunque più di tanto, vorrei darmi fiducia, che poi le idee arrivano anche in corso d’opera, l’importante è cominciare, ho già in mente un sacco di elementi che si affastellano intorno al mio encefalo come falene intorno ad una lampadina nelle sere d’estate. Vorrei che fosse una grande opera, un romanzo con i controcazzi, vorrei fosse Letteratura perché non mi accontento, non mi sono mai accontentata della narrativa, la narrativa è un palliativo, la Letteratura richiede fatica, sudore, dolore, un’intensa sofferenza interiore che innalzi verso una verticale di luce purissima, vorrei appartenesse ad un altro tempo storico con un che di fiabesco e di terrifico, che raccontasse l’orrore del mondo sotto quel suo belletto falso di lucine lampeggianti e bugie. Vorrei ci fosse del terrorismo, di quello brigatista anni ’70 e molta poesia. Vorrei raccontasse i meccanismi del tempo e della memoria. Ci saranno Proust, l’amianto, i tatuaggi e le bombe. Ci sarà il chieso in cui dimoro, un juboxe che manda in ripetizione sempre la solita canzone, ci sarà un bambino autistico e pentacoli rovesciati disegnati sui muri. Ci sarà una tela di Adolf Hitler. Ci sarà una giovane donna dai lunghissimi capelli rossi sempre vestita di nero che alleva pipistrelli e una sempre vestita di bianco che vive rinchiusa nella sua camera. Ci sarà il personaggio maschile della mia foto profilo su facebook al quale urge che io trovi un nome, che indossa sempre una specie di maschera di stoffa vagamente somigliante a quelle antigas della Prima Guerra Mondiale, un cilindro e un cappotto lungo nero doppiopetto dalle capienti tasche dove tiene sempre una copia del Necronomicon e una del Re Giallo e che dovrà sicuramente essere un amante del pastis bevuto in calici di cristallo dalle pregevolissime fatture. Ho queste e molte altre idee allo stato larvale che mi nascono di continuo in testa. Quello che devo fare è trovare un filo logico, una trama che colleghi tutto ciò e soprattutto un incipit bomba, che tanto dipende sempre quasi tutto dagli incipit, questo si sa. In realtà non mi sorprenderei se iniziassi già in questi giorni a scrivere visto che davanti alle lettere della tastiera mi sento sempre molto meglio che di fronte ad altri esseri umani verso i quali il più delle volte sono deprimentemente a disagio , e poi sono depressa e questo è il mio modo di curarmi, rifugiarmi in questa dimensione accessibile solo a me, si fotta il Natale, si fottano le feste, Gesù bambino, il Capodanno e i suoi odiosi botti, si fotta la voglia di far festa e l’orribile belletto con cui il mondo s’impiastriccia la faccia in questi giorni, resta e resterà sempre orribile. Io, nel mio chieso, con la musica altissima stappo l’Amarone che tanto non si merita nessun altro se non la sottoscritta, che ha le spalle larghe e due controcoglioni che in molti dovrebbero invidiarle, e scrivo di Letteratura, scriverò il mio Romanzo, il mio bambino di carta che diverrà grande, immenso, magnifico.
Perché come tutte le madri che sognano un avvenire di gloria per la propria progenie, in questo io non faccio certamente eccezione.