“SI PUO’ BERE ANCHE SENZA DIVERTIRSI” (seconda parte)

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Diversi mesi dopo, era quasi Natale, ero a cena fuori città con alcuni amici, mangiavamo cinese in una sudicia bettola cinese di uno sganasciato quartiere cinese, gestita sicuramente dalla mafia cinese con a capo la potentissima Xiù, soprannominata ‘il gabibbo nero’ per via del suo colorito lievemente olivastro e di un ventre assai prominente tanto da sembrare costantemente incinta di nove mesi. E tuttavia aveva dei piedini minuscoli, il 35 credo, e la faccia devastata da un’acne curata male. Xiù era incredibile, rideva sempre con i clienti, era amorosissima, mentre con la vagonata dei sottoposti, i suoi schiavi cinesi che probabilmente rinchiudeva nelle segrete del ristorante, era una tiranna che latrava ordini in mandarino. La sua specialità erano gli spaghetti. Li faceva in tutti i modi, di soia, di riso, saltati, alla piastra, al vapore, con qualsiasi tipo di condimento possibile immaginabile. Infatti il ristorante si chiamava Spaghetti di Xiù, era frequentato da cinesi, hipster, tatuatori e dopo una cert’ora ci potevi anche fumare dentro. Sul bancone avevano dei barattoloni di vetro dal liquido ambrato all’interno. Uno di questi conteneva la famosa grappa di cazzo. Si diceva ci fosse il cazzo di un cervo dentro a macerare e che bevendola la potenza e il vigore sessuale erano garantiti per una notte intera. Non ho mai voluto sperimentare, sinceramente sta cosa m’ha sempre fatto un po’ schifo, anche se la sapevo essere una gigantesca minchiata. Ora so che è chiuso, è andata l’asl un giorno e ha trovato un paio di cose non propriamente in regola, hanno cercato di narrarmi i particolari ma non ne ho voluto saper nulla. Voglio conservare un bel ricordo di Xiù e di quella bettola sgangherata che mi ha cibato così tante volte con amore e divertimento. Comunque dicevo, per tornare a noi, eravamo a cena lì, quando l’attenzione di tutti e quattro noi amici di vecchia data è stata rapita dalla comparsa di una figura femminile decisamente attraente che ha suscitato un concitato ‘Leccamelo che fia’ da parte un po’ di tutti. A volte la compagnia maschile sa essere terribile, lo riconosco. Infatti abbiamo finito la serata in macchina a fumare erba in un parcheggio, per dire il livello di disagio e naturalmente dell’angelo dai capelli neri e gli occhi di ghiaccio non se n’è saputo più nulla.
O almeno così pensavo. Fino a quando non l’ho rivista il giorno dopo, a teatro, in un’altra città ancora. Facevano un adattamento teatrale del Frankenstein di Mary Shelley, una di queste robe moderne in cui il teatro si contamina con altre realtà audio-video-tecnologiche. La creatura era infatti rappresentata dalla figura di un volto gigantesco quasi robotico e animalesco insieme proiettato sul fondale e gli attori venivano conglobati dentro questa immagine viva e pulsante che parlava, piangeva, cantava e pregava suo padre di non abbandonarlo da solo nel modo. Era bello e molto, molto straziante. Avevo degli amici che recitavano in quella compagnia, la Compagnia dei Soviet Seitan, perché naturalmente erano tutti vegani e stalinisti convinti anche se io li prendevo piuttosto per il culo con la gag dell’abbreviazione in Compagnia delle SS, e infatti come un deficiente stavo sempre a scrivergli battute su facebook da abile calembourista quale sono e quindi ecco ‘FÜHRER cavallo del west’, ‘Stendi in alto la mano, SIEG al tuo capitano’, ‘dammi un HEIL-five’, ‘sapore di SALEM’, e via di seguito continuando; proprio come un totale deficiente si. Comunque, mi avevano pregato di andare. Lei, la bellissima vista da Spaghetti di Xiù era sul palco e calava i panni di Elisabetta Lavenza, innamorata del cugino Victor Frankenstein che poi sposa e vittima della furia omicida del mostro da lui creato. Un vero talento per la recitazione, una voce e un’attitudine al palcoscenico incredibili. Ma tu pensa le coincidenze della vita, te la vado a trovare su un palcoscenico, nella stessa compagnia dove recitano i miei amici. Ragazzy, vogliamo dirlo o no che era decisamente una bomba questa coincidenza? A fine spettacolo uscii fuori sul retro del teatro a fumarmi una sigaretta aspettando gli attori che mi raggiungessero, cosa che accadde pochi minuti dopo, e non nego che speravo di veder anche quello splendore di donna di cui naturalmente mi ero già innamorato alla follia. E infatti, mentre stavamo lì a parlare dello spettacolo fumando nel gelo di dicembre uscì lei, accaldata dalla recente performance e stretta in un cappotto nero che le fasciava meravigliosamente i fianchi e una grossa sciarpa di lana tirata su fino al naso poco al di sotto dei suoi occhi di ghiaccio da sega, passatemi l’espressione. Salutò gli altri attori baciando l’aria intorno alle loro guance e se ne andò di corsa com’era venuta. A quel punto m’era diventata proprio un’ossessione. Dovevo sapere chi era, come si chiamava, quanti anni aveva, se era su facebook per eventualmente contattarla lì, tutto, dovevo sapere tutto, ovviamente. Max, che aveva interpretato magistralmente Victor, si accorse dei miei pensieri palesemente impuri, dall’espressione della mia faccia nel vederla scappare via come Cenerentola a mezzanotte, ma non feci nemmeno in tempo ad aprir bocca che ridendo mi apostrofò con un non simpaticissimo ‘Lascia stare, non è roba per te’. Pensai avesse una tresca con lei, non indagai, non volli, non ne ebbi il tempo perché nello stesso momento comparve Julie, non l’avevo vista tra il pubblico, ora me la ritrovavo lì davanti di colpo, un cazzotto nello stomaco e passando mi lanciò uno sguardo carico contemporaneamente d’ira e d’erotismo alla fine del quale avevo il cazzo ritto fino al mento. Quella folle puttana. Avrei dato il sangue per passare una notte con lei, eventualmente anche il suo. Facendole molto male, perché no.
Passai qualche giorno davvero di merdona, aver rivisto Julie mi aveva buttato giù di brutto, un hangover morale devastante. Avevo ricominciato a lavorare, scrivevo su un periodico on line, recensioni di dischi per lo più, brutti per lo più. Il fine settimana uscivo da solo, prendevo la macchina e me ne andavo in altre città vicine, che tanto nella mia non succedeva mai un emerito cazzo, a sentirmi live in compagnia della mia amica vodka e a concerto finito uscivo fuori, fumavo una sigaretta, se avevo culo riuscivo a scambiare anche due chiacchere con la bénd e poi me ne tornavo a casa, col sonno che m’avvolgeva sinuoso le palpebre mentre l’autostrada si srotolava dritta e perfettamente sempre uguale a se stessa sotto le ruote dell’auto. Abbassavo finestrini, mettevo spotify a tutto volume nell’abitacolo, prendevo caffè prima di ripartire seguito spesso e volentieri da un Montenegro SAPORE VERO, e nonostante tutto ciò erano sempre viaggi parecchio ma parecchio difficili. Il giorno dopo non mi ricordavo un cazzo del concerto e scrivevo recensioni di merda. Per tirarmi un po’ fuori dalla depressione caspica in cui ero sprofondato e dal tedio domenicale quanta droga consumavo la mia amica Lizzy, tornata dalle terre londinesi per le vacanze di Natale, mi passò a prelevare e mi portò a cena fuori in un bel ristorantino indiano. Lizzy era un dio probabilmente, o una fata caduta in terra a mostrar miracoli, infatti riempì il mio calice di vino per tutta la sera e poi mi trascinò nel suo appartamento dove m’innaffiò ulteriormente di pastis. Ah l’adorato pastis! Lizzy sapeva sempre come prendermi, e rimanendo nuda in guepierre e tacchi alti mi fece trovare finalmente un po’ di consolazione al mio stato vegetativo del mai una gioia, mai di quei giorni. Dopo due orgasmi ciascuno la bella e rossa Lizzy mi si sdraiò accanto per niente esausta e appoggiandomi la testa sulla spalla, come adorano spesso fare le donne, mi raccontò che aveva fatto un sogno strano la notte prima, in cui io e lei ‘ci trovavamo in un posto con grandi finestre, strapieno di gente inutile e noiosa, noi guardavamo fuori dalla finestra e veniva giù una nevicata forte e fitta, allora uscivamo fuori e quella neve era plastica, una plastica bianca e appiccicosa come schiuma che ricopriva ogni cosa. Alzavamo gli occhi al cielo e c’era una nuvola blu e rossa che splendeva nella notte e che in realtà a guardarla bene non era una nuvola bensì un’astronave aliena e da lì, da quell’astronave proveniva questa neve bianca, morbida e tossica. Noi rimanevamo lì imbambolati, circondati da gatti miagolanti, in mente un’avventura, quella di fuggire da quel mondo di plastica’. Mi commosse quel sogno, ma non glielo dissi. Mai dire ad una donna che qualcosa ti commuove, è la tua fine. Parlammo ancora un bel po’. Lizzy era una mente brillante, ed era un piacere passare il tempo con lei, sagace, intuitiva e raramente noiosa era una donna che mi affascinava, con cui adoravo fare sia del gran sesso che delle lunghe chiaccherate. Anche Lizzy era molto amica dei ragazzi dei Soviet Seitan, aveva collaborato spesso con loro perché faceva la grafica e aveva realizzato diverse locandine per i loro spettacoli, così si mise a raccontarmi qualche aneddoto di quando erano stati in tournée insieme, chiedendomi poi all’improvviso se conoscevo Isabella. ‘Dovresti conoscerla’ mi disse ‘ti piacerebbe molto, è l’attrice che interpreta Elisabetta Lavenza, l’hai vista no?’ Rimasi folgorato. Isabella. Cioè cazzo, quello splendore di donna si chiamava Isabella. No vabbé, ma nome omen proprio. A quel punto le chiesi anche se per caso sapesse se era o no su facebook. ‘Certo’ rispose baciandomi l’orecchio e subito dopo alzandosi per rivestirsi. ‘Si chiama Delitto e Castigo’.
E così, full of ENTUSIASMO e PRESOBENISMO le ho scritto, finalmente rilassato dall’aver risolto quel grattacapo intricato d’identità che m’aveva fatto palpitare il cuore fortissimo, e lei mi ha risposto. Ora parliamo di continuo. Dovremmo vederci nei prossimi giorni, lo spero, ma non è facile. Abita in una ex chiesa dove il telefono non piglia un cazzo e non le funziona mai wazzap e a volte mi risponde il giorno dopo perché non le arrivano i messaggi. Ciò mi snerva alquanto. Io comunque continuo a bere birra non divertendomi affatto, fumo come un turco e mi son messo a scrivere dei racconti di merda nel frattempo che aspetto e spero che lei si manifesti. E se non bestemmio guarda.

One thought on ““SI PUO’ BERE ANCHE SENZA DIVERTIRSI” (seconda parte)

  1. Un coup de théâtre dopo l’altro, dal “Delitto e castigo” che circolarmente apre e chiude, al chieso…
    Bello, Barbara!

    Io direi di continuare.

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