Vietato fumare la droga (Prima parte)

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Bhé, tutto sommato forse poteva andare peggio, ricordo d’aver pensato quando mi sono risvegliato vedendo il volto lacrimante di Adelaide che guardava il mio, tumefatto e mezzo bendato, sprofondato nel bianco immacolato dei cuscini di un letto qualsiasi, in un reparto qualsiasi, di un ospedale qualsiasi, con molta probabilità la terapia intensiva visto com’ero ridotto. L’ultima cosa che ricordo sono due fari abbaglianti che mi puntavano contro come due fucili sbucati fuori da un oscuro mare di nulla, tipo quello che mangia i confini di Fantasia nella Storia Infinita, ferendomi gli occhi. Poi ricordo il sapore metallico del sangue. E non ricordo altro. Nessuna luce bianca avvolgente alla fine di nessun tunnel nero, niente di tutto quello che libri e film raccomandano dovresti vedere nelle cosiddette esperienze pre-morte. No, non mi è decisamente andata male, sono vivo a quanto pare e Adelaide, all’ottavo mese di gravidanza, piangente accanto a me mi tiene la mano destra tra le sue. Non sa nulla di Betsabea, e per questo dico che mi è andata decisamente di lusso, poteva andare molto peggio, poteva per esempio aver saputo di Betsabea.
Betsabea era la mia amante da quasi cinque anni. Ero sposato con Adelaide da sei. Ecco lo so, ora voi mi direte che sono un cazzone e che meriterei la pubblica impiccagione, che sono un uomo spregevole, un mostro infame e che mi dovrebbero ghigliottinare il cazzo. Tutto vero. Avreste ragione a sostenerlo con forza e ad appendere anche degli striscioni per la causa, sono un uomo di merda che non si merita la moglie in odore di santità che ha. E ma però cari miei che palle la santità. Io non sono mai stato affiliato alla dottrina cattolica del Soffri&Rinuncia. Adelaide mi sembrava una donna stupenda, di un rigore morale affascinante, un cervello raro, con due lauree in tasca e diversi master al suo attivo, parlava quattro lingue, lavorava in un importante ente di ricerca di fisica nucleare e faceva dei pompini che erano la fine del mondo. Mi ero chiesto per molto tempo, i sette mesi di fidanzamento antecedenti al matrimonio, che cosa cazzo ci facesse una si talentuosa persona con un essere sfigato come me, sceneggiatore di infelici pièce teatrali , appassionato di pugilato e cantante del complessino punk hardcore Compagni di Merengue. Un cazzone totale, in pratica. Ma Adelaide mi amava. Forse soddisfacevo inconsapevolmente il suo istinto crocerossino e materno che aveva dovuto reprimere per inseguire la carriera di gran scienziata. Tipico delle femmine. Fanno tanto le emancipate, poi si sentono in colpa e corrono subito ai ripari prendendosi la briga di accudire un disgraziato qualsiasi che le metterà incinte tempo zero ma che continuerà ad avere per sempre un debole incredibile verso la vodka. Liscia, naturalmente. E infatti appena mi resi conto di questo fatto ineluttabile mi presi Betsabea come amante. Adelaide e la sua deviante monacazione, tutta votata alla causa della scienza, mi avevano rotto il cazzo. E aveva anche smesso di farmi pompini, per giunta. Andasse un po’ in culo eh.
La conobbi ad un concerto, suonavamo in questo locale con i Compagni e altri gruppi per un festival di etichette indipendenti e lei era venuta a sentirci. ‘Mi fa male l’utero quando vi ascolto’ mi disse a fine concerto. Non sapevo se dovevo prenderlo come un complimento o meno, propenderei per il meno, ma comunque nel dubbio le offrii da bere. Betsabea era una bomba. Dopo dieci minuti che parlavo con lei avevo già una voglia di scoparmela in qualsiasi posizione immaginabile che morivo. Mi chiese di accompagnarla fuori a fumare, salvo piantarmi lì dopo tre minuti per andarsi a comprare la maglietta di un altro gruppo che aveva suonato dopo di noi al merchandising, non prima di aver comunque scattato una foto al cartello appiccicato sopra l’uscita “defense de fumer la drogue” e averla poi subito instagrammata. Mi faceva venir voglia di irrorarle la gola con fiumi di sborra con quelle tette dure e quelle treccine che le incorniciavano l’ovale perfetto del volto. Nella scena successiva di un ipotetico film che la mia mente girava a velocità supersonica infatti la cinepresa avrebbe inquadrato la sua testa muoversi su e giù con maestria e le sue ginocchia arrossarsi a contatto con l’asfalto ma purtroppo non accadde niente di tutto questo. Almeno non subito. Se la tirava un bel po’ quella Betsabea lì , mi toccò faticare abbastanza per farla cadere tra le mie braccia, comunque alla fine cedette, mi portò nel suo appartamento e chiamò a partecipare la sua coinquilina Ilde, una stangona bionda tedesca che reggeva l’alcol meglio di me e in un incontro di pugilato avrebbe forse potuto battermi a man basse. Raramente siamo stati soli nei nostri incontri sessuali, io e la mia amante, lei era sempre per le cose numerose, sosteneva che in due dopo un po’ si annoiava mortalmente, e così diciamo che mi sono dovuto un po’ adattare a queste curiose consuetudini. Non che ci abbia messo molto comunque.
E sicché Betsabea è diventata la mia amante, per cinque lunghi anni e no, Adelaide non si è mai accorta di niente perché per i rapporti umani ha la scaltrezza di una zanzara in pieno inverno e anche perché non è che facesse più di tanto caso al sottoscritto. A volte mi pareva quasi d’essere un brusio in sottofondo allo scorrere delle sue giornate. Intendiamoci, mi amava e mi ama moltissimo a tutt’oggi, ma mi dà per scontato; una legge fisica assiomatica e finita. Me la dà soltanto nel fine settimana, gli altri giorni no, dice che la deconcentra troppo dal lavoro e dalle ricerche, è quasi sempre stanca e quando torna a casa a sera invece di ballarmi un po’ sul cazzo con quei suoi occhiali da segretaria porca e i capelli rigorosamente raccolti in uno stretto chignon si deve mettere a fare la ghigliottina. Si quella cosa delle parole nel programma l’Eredità. Guardate che è avvilente. A volte così tanto avvilente che dopocena fuggo quasi in lacrime da Betsabea a praticare un po’ di sodomia, prassi che le è particolarmente congeniale, per consolarmi. Ha un culo bellissimo, come tutto il resto del corpo in realtà, la pelle è bianchissima, quasi traslucida, i capelli sono lunghi tinti di rosso fuoco e non si depila il pube. Ecco vorrei decantare la bellezza di questa cosa perché le donne completamente depilate mi hanno veramente rotto il cazzo; è una moda oscena che aborro e che spero passi in fretta, ho sempre pensato che se fossi re del mondo le prime a mettere al muro sarebbero le donne che si fanno la ceretta brasiliana alla fica. Devono morire tutte, e male anche.
Amo Adelaide, sarei un uomo perduto e finito se non avessi lei ma non potrei vivere senza Betsabea, mi è vitale come il respiro. Credo che nessuna di loro mi ami come e quanto le amo io, ma non importa, sono sempre stato votato all’infelicità e a questo sturm und drang che amichevolmente mi accompagna da tutta la vita, la tensione costante a voler creare qualcosa di grande, qualcosa di magnifico, di maestoso, qualcosa che rimanga nel tempo, qualcosa per cui meritarsi dei biografi. La ricerca persistente dell’unicità, dell’originalità, il bisogno di dimostrare a tutti di possedere una mente brillante, percorrere o credere di percorrere la via del mai sentito, del mai visto, del NUOVO che avanza, l’esistenza tenacemente tormentata da quest’anelito feroce a spiccare, la cancrena della nostra società moderna affetta dal virus dell’apparire, ammorbata dall’internet e dalle telecomunicazioni, colpita dalla piaga dilagante di una selvaggia e spropositata democratizzazione delle arti, in cui tutti possono fare tutto, suonare, scrivere, disegnare, fare foto. E così via. E tutti pretendere di essere famosi e di essere unici. La nostra mente ha perso però la capacità di immaginare, l’abbiamo lentamente allenata a perderla, eliminando quasi completamente alla radice il pensiero divergente e spargendo ovunque, su questa terra riarsa, il mefitico seme della televisione, mater terribilis, che chiede di continuo un tributo altissimo di neuroni e ci allatta alle sue mammelle rigonfie di audience. Il porno ha definitivamente ammazzato la nostra capacità d’immaginazione erotica, tirarsi una sega senza supporti audiovisivi è sempre più difficile, una mission impossible quasi. Una frustrazione ininterrotta è il risultato di quest’opera di sterminio del patrimonio intellettivo della razza umana. Almeno in me sicuramente lo è. Le critiche mi fanno incazzare come una belva, ho una tolleranza pari a zero alle critiche, per me la ‘critica costruttiva’ è una minchiata colossale, non esiste, io mi dilanio dentro quando qualcuno mi critica, pur sapendo anche da me solo di valere ben poco. Per molto tempo ho provato a consolarmi ripetendo che le critiche aiutano a crescere e quindi fanno parte di un processo di evoluzione della propria sensibilità artistica; questo nel migliore dei casi. Nel peggiore pensavo che il mio pubblico fosse mancante degli strumenti atti alla comprensione della mia arte nonché totalmente privo di gusto. In realtà secondo me la specie umana non evolve, bensì involve e quello che sembra progresso è nient’altro che uno scivolare lento verso uno stato di totale lobotomia della mente e del pensiero. Tra qualche generazione nasceranno soltanto individui con uno smartphone già impiantato nel cervello e forse c’è proprio da augurarselo. Quindi il ‘non son pronti per questo’ non regge più, crolla come un castello di carte; non lo saranno mai pronti, anzi sarà sempre peggio. O forse, con più probabilità, io faccio davvero molto schifo sia come scrittore di teatro sia come paroliere di testi canori.

[Fine prima parte.]

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