Vietato fumare la droga (Seconda parte)

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Era uno di quei periodi lì, paragonabile forse ad una sindrome premestruale femminile. Vedevo tutto nero. Più del solito. Avevo una malinconia addosso che faceva provincia, Adelaide incinta di otto mesi se ne infischiava delle sue condizioni e lavorava forse più di prima. Era sempre fuori per lavoro, tornava, mangiava un cibo precotto qualsiasi sul divano davanti alla tv mentre faceva la ghigliottina (che manco a dirlo indovinava sempre oh), dopodiché passava le successive tre-quattro ore in videoconferenza su skype con altri scienziati collegati da ogni angolo del pianeta e a mezzanotte in punto chiudeva il mac, si scioglieva lo chignon, si metteva una camicia da notte trasparente e infilandosi nel letto spengeva la luce. A volte mi nascevano istinti omicidi. Avrei voluto premerle il cuscino sul viso e soffocarla, quella lurida cagna, ma la prospettiva della galera non mi allettava granché così le dicevo che andavo a bere una birra al bar e poi correvo a cercare rifugio per il mio cazzo esausto dal desiderio presso le carni calde e accoglienti della mia bellissima bomba sexy. Ma in quei giorni Betsabea non c’era sempre, era impegnata, lei diceva per lavoro, io sospetto si trattasse di un’altra tresca, comunque ero particolarmente giù, nervoso e irritabile. Quel giorno era un sabato pomeriggio, eravamo in studio a registrare il nuovo disco con i Compagni di Merengue e visto che ognuno c’aveva i suoi cazzi personali c’eravamo tutti ubriacati fortissimo, tanto che il fonico ci dichiarò molto candidamente che secondo lui i nostri pezzi erano tutti da neuro. A quel punto decidemmo di portarlo al baretto vicino e offrigli tre giri di gin lemon; finì la serata a vomitare anche gli occhi con la testa infilata nella grancassa della batteria.
Sul più bello mi telefonò Adelaide in preda ad una crisi di pianto. Erano due ore che provava a chiamarmi e non le avevo mai risposto. Sua nonna francese era stata portata d’urgenza all’ospedale quel giorno con fortissimi dolori al basso ventre, avrebbero dovuto operarla subito ma i dottori non avevano saputo dire se sarebbe sopravvissuta o no all’intervento, sia per le sue gravi condizioni sia perché era molto anziana. Si insomma, una vecchia decrepita, per capirsi. Ma Adelaide stravedeva per lei e così piangeva e gridava nel telefono, smoccicando sicuramente mi pareva di vederla, che doveva correre, sbrigarsi, che c’era un autobus che partiva tra un’ora e voleva assolutamente raggiungerla nella sua città, Marsiglia. Ora io, dato il mio più che elevato tasso alcolemico, non capivo un cazzo e non riuscivo nemmeno a comunicare in un linguaggio umano comprensibile e codificabile ai più, cercavo di calmarla farfugliando roba a caso sulla salute del bambino, ma lei riattaccò urlandomi contro diversi insulti che non ricordo ma che posso, con nemmeno troppo sforzo di fantasia, facilmente ricollegare al mio status di ubriaco totale. Insomma non sapevo che cazzo dovevo fare ma quella telefonata mi aveva messo una leggera angoscia addosso, allora provai a contattare Betsabea sperando di ottenere rifugio presso di lei per quella notte ma il maledettissimo wazzap si era piantato e non ne voleva sapere di funzionare; per di più quella grandissima puttana aveva tolto l’orario dell’ultimo accesso in chat, così per depistarmi ulteriormente Stavo probabilmente bestemmiando anche in turco quando Alain, il mio bassista mi passò una boccetta di xanax dal divano dov’era ribaltato ‘Tieni’ mi disse ‘ti vedo agitatino, ciccio, rilassati un po’ vai’. Ricordo che pensai tra me disgustato ‘Sta roba da casalingue disperate con la sindrome premestruale fissa, leccamelo che sfavio’ ma ciò nonostante tracannai comunque mezza bottiglietta soprassedendo sul fatto che non è buona norma mischiare alcol e benzodiazepine, davvero non è sintomo di molta saggezza. A rallentatore mi vedevo smascellare e imprecare contro quel cazzo di telefono che non funzionava, provavo a chiamare Betsabea ma entrava subito la segreteria telefonica. I ragazzi valutarono che lo xanax non era bastato a calmarmi e dunque presero la non lucida decisione di caricarmi in macchina e portarmi da qualche parte a smaltire la sbornia, secondo loro diventata ingestibile. Lasciammo il fonico ancora riverso a terra e salimmo in macchina di Pierre, il chitarrista, con Alain davanti e Ludovico, il batterista che mi teneva per le gambe per non farmi cadere giù di sotto mentre io ficcavo la testa fuori dal finestrino sul sedile posteriore. La situazione non migliorò quando Alain mi passò, con grande eleganza devo dire per avere il livello alcolico che aveva, una canna grassoccia e irresistibile, talmente irresistibile che infatti non resistetti e come un decerebrato fumai, sperando che il fumo si portasse via tutta la mia amarezza. L’abitacolo era riempito dall’odore di sputnik pregevolissimo e dalla voce naif di Faust’O. Mentre vomitavo chiamando alternativamente come in una litania dolorosa Adelaide e Betsabea bucammo una gomma a causa della guida forse un po’ troppo sportiva di Pierre. Nelle nostre condizioni ci sarebbero volute probabilmente due ore per cambiarla quando ad un certo punto il telefono squillò di nuovo, era Betsabea ed io salutai come un miracolo quella telefonata salvifica che mi ridava fiducia nel genere umano, ma tutto s’infranse alle sue parole ‘Sono fuori città, non tornerò prima di tre giorni, fai il bravo biscottino mio e non ti drogare troppo che poi non le reggi. Dai ti mando una foto delle mie tette dopo, baci amore’ al che presi il telefono e lo scagliai in terra con tutta la forza che avevo maledicendo a suon di diocane quella stronza atomica. Lo schermo dell’IPhone 4 andò in mille pezzi ed io molto probabilmente a quel punto svenni.
Quando mi risvegliai mi stavano trasportando come un cadavere attraverso della boscaglia, chiesi che cazzo stesse succedendo e dove fossero i miei pantaloni che mi accorsi di non avere indosso. Faceva un freddo impestato e mi stavo gelando il culo. ‘Numero da campionissimi’ mi risposero, di fuori come tacchini. Mentre giacevo a terra svenuto con il telefono rotto e i ragazzi dovevano portare in salvo l’antico vaso, ah no scusate, quella è un’altra storia, dicevo i ragazzi stavano cercando di cambiare una ruota, ma non era facile in quelle condizioni, avevano visto avvicinarsi lentamente una pattuglia della polizia. Così quei disagiati mentali avevano pensato bene di abbandonare l’auto lì, raccogliere i miei pezzettini e filare via a gambe levate che tanto sennò era un ritiro della patente assicurato. Avevano dovuto scavalcare una rete con me a peso morto bestemmiando molto e i miei pantaloni erano rimasti impigliati così nel tirarmi giù dall’altra parte mi si erano completamente strappati. Cercai di protestare ma non ne ebbi la forza. Il telefono che mi avevano messo in tasca del giacchetto trillò. Lo schermo era spaccato e la rottura aveva la forma di una ragnatela cristallizzata, nonostante questo intravvidi, come promesso, la foto delle tette nude di Betsabea appena arrivata. Sentì un fiotto di sangue correre a riempirmi i corpi cavernosi del pene. Mi diventò barzotto. Nello stesso istante un pensiero agghiacciante fece capolino in un anfratto recondito del mio cervello, quello nel quale probabilmente i pochi neuroni rimasti avevano cercato rifugio dal bombardamento feroce a cui li avevo sottoposti quella serata. ‘Ragazzy, il portafoglio porcoddio, dove cazzo è il portafoglio? L’avevo nella tasca dietro dei pantaloni, cazzo!’
Dovetti tornare indietro a cercarlo, in mutande e con una bomba atomica che mi deflagrava in loop nell’encefalo, poi era buio e non si vedeva un cazzo. Infatti inciampai in un ramo secco e picchiai una ginocchiata per terra a cui seguì un rosario di imprecazioni colorite e frizzanti verso l’Altissimo. Non sapevo dove cazzo ero e che cazzo stavo facendo. Ero in mutande, di notte nel nulla a cercare un portafoglio perduto, completamente sbronzo, fatto, drogato con una moglie incinta a migliaia di chilometri di distanza che mi odiava e un’amante ubicata in un non meglio identificato ‘fuoricittà’ che mi mandava le foto delle sue tette nude provocandomi erezioni, e non lo so io, se le pareva il caso, viste le circostanze. Formulavo vagamente e in maniera molto a rallentatore questi pensieri quando vidi sbucare fuori da un oscuro mare di nulla, tipo quello che mangia i confini di Fantasia nella Storia Infinita, due fari abbaglianti che mi puntavano contro come due fucili ferendomi gli occhi. Poi il sapore metallico del sangue in bocca. E poi non mi ricordo altro. Mi avevano investito.
Bhé, tutto sommato forse poteva andare peggio, ricordo d’aver pensato quando mi sono risvegliato vedendo il volto lacrimante di Adelaide che guardava il mio, tumefatto e mezzo bendato, sprofondato nel bianco immacolato dei cuscini. Mi hanno investito ma a quanto pare sono vivo e Adelaide, avvertita dell’incidente è tornata subito da me, e piangente mi siede accanto tenendomi la mano destra tra le sue. Poteva andare molto peggio in effetti, penso tra me e me rivolgendo un sorriso a mia moglie, la mia bellissima e innamoratissima moglie che vedendomi riaprire gli occhi asciuga con il dorso della mano i suoi, sistema gli occhiali da segretaria porca sul naso e dopo un momento di silenzio, illuminato dalla radiosità dei nostri reciproci sorrisi mi chiede, mostrandomi la foto delle tette nude di Betsabea sullo schermo frantumato eppure ancora così visibile del mio IPhone 4, ‘Amore, ma chi cazzo è questa?’.

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