“Le Dissolute di Sainte Justine”

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Nelle decomposte stanze adornate di cristallo gocciante e sanguigni broccati dell’ala ovest, gli alabastri e i mortali marmi rispecchiavano crudeli una luce sempre sul punto d’implodere. Il pesante velluto scuro sigillava grandi vetrate e poco o niente penetrava del mondo esterno nella clausura dell’antico convento di Sainte Justine. Qui vivevano due tra le creature più turpi, viziose e scellerate della cosidetta epoca dei lumi, Virginie De Sainte-Ange e Claudine De Curval. Erano bellissime femmine di circa ventitré anni provenienti dalle famiglie più nobili e ricche di tutta Parigi, ma la cattività claustrale non aveva impedito loro di aver accesso agli empi e dissoluti piaceri della carne; i loro prediletti del resto. Il denaro delle loro famiglie pagava ogni cosa naturalmente, anche il discreto silenzio della Madre badessa che faceva finta d’ignorar ogni cosa riguardo ai singolari costumi delle due monache. Virginie e Claudine avevano i loro personali appartamenti, sfarzosi e decadenti allo stesso tempo, che ospitavano le immoralità di quelle fameliche donne. Condividevano infatti entrambe il medesimo gusto sadista per la lascivia e la vessazione, la tortura e l’assassinio, le eleganti orge e la passione sfrenata per il vino.
Le loro giornate trascorrevano laide e molli nel claustrofobico di quelle mura mentre venivano trattate come sontuose principesse dagli eccentrici gusti. Il pranzo, luculliano e sfarzoso, era servito alle ore quattordici virgola trenta. Discinte nelle loro vesti da camera, senza nulla sotto, mangiavano adagiate su imperiali chaise-longue obbligando i servi a leccare tutto ciò che per sbaglio cadeva sui loro superbi corpi sporcandoli. Carponi e con le mani rigorosamente legate dietro la schiena. Le due libertine si eccitavano moltissimo infatti a queste pratiche. Finito il pranzo si ritiravano nelle loro stanze sotto l’urgenza spasmodica della bramosia, regalandosi reciproche estasi orgasmiche; l’una solleticava con la bocca il sesso già grondante dell’altra fino a venire inondando di fluidi corporei le lenzuola di raso. Potevano trascorrere così pomeriggi interi senza smettere mai, erano diventate talmente tanto esperte che sapientemente avevano appreso del ritardare il piacere l’arte.
Dopo un emolliente e caldo bagno rilassante in vasche smaltate di ceramica dai piedi leonini, alle ore diciotto virgola zero zero Virginie e Claudine si recavano nella cappella assieme alla Madre badessa per recitare i vespri dove s’inginocchiavano, nude sotto le monacali vesti, davanti alla Santissima Croce. La badessa, qualche metro più avanti, ripeteva salmodiando orazioni e invocazioni all’Altissimo pregando per quelle anime già perdute mentre le due sgualdrine più indietro, indirizzando sospiranti pensieri impudichi a quel corpo sofferto che in costume adamitico davanti a loro sulla Santissima Croce pendeva, nascondevano sotto la tonaca le dita e sfiorando i loro depilati sessi godevano in estasi trattenendo l’orgasmo.
Tornate nei propri appartamenti si preparavano con grande sfarzo alla cena e soprattutto al dopocena. Ai loro corpi richiedevano infatti la perfezione, la meraviglia più assoluta, dovevano essere impeccabili, superbi, di una sconvolgente bellezza e finezza. Del resto la natura assai benigna si era dimostrata con esse, avendole dotate di un’avvenenza e di una compiutezza a dir poco magistrale, ma tanto era divino il loro aspetto quanto più era criminale la loro anima.
Madonne splendidi e terribili dallo sguardo profetico d’indemoniate.
Alle ventidue virgola zero cinque veniva offerta la cena alla quale quasi sempre partecipavano ospiti di magnificenza e perversione in eguale misura dotati. Duchesse, arcivescovi, notai, contesse, marchesi e generali non mancavano mai al fastoso e cruento banchetto, dove di norma erano servite non meno di dieci portate, piatti esotici e ricercati per quei nobili e raffinati palati e il miglior vino delle cantine di Francia sgorgava a fiumi annegando in litri d’etilico le già delittuose menti, suggerendo ulteriori sconcezze e massacri da praticare totalmente indisturbati dentro quelle decomposte stanze adornate di cristallo gocciante e sanguigni broccati.
Virginie e Claudine facevano la loro comparsa quando tutti i commensali avevano preso posto. Adoravano lasciarli in trepidante attesa, a volte anche per un’ora, ma mai deludevano le aspettative. Apparivano sfavillanti nel loro trucco scuro sulle palpebre trasudando erotismo da tutti i pori; i loro colli, racchiusi in preziosi collari di diamanti, da elaborate acconciature che raccoglievano in alto la chioma erano messi in risalto. Vesti provocanti, eccessive e aristocratiche magnificavano le loro sensuali figure anche se spesso non disdegnavano però di presenziare all’orgiastico pasto nel loro monastico abito, appositamente modificato per l’occasione. La commistione oscena del sacro e del profano era infatti da esse particolarmente apprezzata e ricercata; a Virginie era cosa assai gradita esser fottuta sopra gli avanzi della regale cena soltanto con indosso il suo enorme crocifisso d’oro tempestato di sbalorditivi rubini mentre succhiava la superba verga del cardinale di turno. Lo sbattere della Santissima Croce sul suo seno perfetto la eccitava più di ogni altra cosa rendendola più similare ad una famelica belva che non ad un’umana creatura. Esser leccata in ogni orifizio da femmine e maschi al medesimo tempo, coperta esclusivamente dal suo monacale velo era invece la passione di Claudine; rivolgeva gli occhi al cielo rapita dalla sua terrena estasi con le mani giunte in atto di preghiera mentre dita e lingue in sconosciuta moltitudine la penetravano e la esploravano ingorde. L’immaginarsi martire sbranata da cannibali bocche la eccitava più di ogni altra cosa rendendola più similare ad una famelica belva che non ad un’umana creatura.
Per omaggiare le due libertine incessantemente in calore gli ospiti erano soliti portare al banchetto incantevoli fanciulle e prelibati giovinetti nel fiore dell’adolescenza, ovvero fresche vittime sacrificali ad acquietare un poco l’inappagabile sete di sesso e sangue delle due scellerate. Prima venivano rimpinzati di cibo fino a scoppiare, spesso fatti mangiare per terra a quattro zampe, poi innaffiati con dolcissimo vino fino a renderli ebbri. Verso la fine della cena, quando principiavano le orge, gli sventurati venivano completamente denudati e costretti a partecipare ai dissoluti festini, ridotti a schiavi sottomessi della feroce lascivia e obbligati a soddisfare qualsiasi indecente capriccio o desiderio. Ma l’orgasmo non placava la sete tremenda delle lussuriose monache. L’eccesso, la tortura, il delitto, ogni sorta di nefandezza stimolava le voglie di Virginie e Claudine le cui menti partorivano le fantasie più agghiaccianti e gli abomini più mostruosi; supplizi inimmaginabili accendevano di desiderio quelle cupe anime e non se ne saziavano mai. Erano incontentabili e perennemente affamate di libidine, sangue, crudeltà e violenze d’ogni sorta.
Li legavano con pesanti catene alle colonne delle possenti architravi, poi facevano cadere su quelle tenere e rosee carni fruste e gatti a nove code, dilaniandole furiosamente. Non ancora soddisfatte li appendevano al soffitto per i piedi lasciandoli dondolare a testa all’ingiù schiaffeggiandoli mentre viziose si baciavano in bocca e straziavano i loro capezzoli con morsetti d’acciaio e unghiate violente; il resto dei convitati si dilettava nell’ insudiciare quei corpi inermi con minzioni ed escrementi; li sodomizzavano con qualsiasi spaventoso e gigantesco arnese si trovassero a portata di mano; cucivano i sessi delle ragazze e mutilavano gli scroti dei giovinetti e tutto ciò provocava in loro una gioia sublime, un turbamento quasi mistico. Il palesarsi delle loro passioni più tremende, le mutilazioni, lo scorrer copioso del sangue mischiato allo sperma, disperso a profusione per l’incredibile eccitazione che quelle terrifiche scene procuravano a tutti i partecipanti, le fustigazioni orribili a cui sottoponevano quegli innocenti, tutto le esaltava, tutto le mandava fuori di cervello come sotto l’effetto di una potentissima droga. Feline assetate di sangue si leccavano le turgide labbra in estasi emozionandosi fino al parossismo, registe di quell’incredibile inferno che avevano personalmente allestito.
Ogni notte l’orchestrato delirio prendeva la forma delle loro impudiche brame, tra le risate e i baccanali orgiastici dei convitati, Virginie De Sainte-Ange e Claudine De Curval, madonne splendidi e terribili dallo sguardo profetico d’indemoniate, ascoltando le grida dei torturati si toccavano gemendo, ma solo quando il parossimo era stato raggiunto, l’omicidio compiuto e sangue innocente versato, le due criminali decretavano la conclusione e ubriache barcollavano verso i loro sontuosi letti, poco prima che il sole facesse capolino all’orizzonte.
Ma loro non lo avrebbero visto. Vivevano nel loro personale allestito inferno, in una notte perenne che non conosceva mai la luce del sole, ma solo una luce artefatta, sempre sul punto d’implodere. Le tenebre, le tenebre soltanto conoscevano, quelle tenebre che le avrebbero protette e cullate fino ad una luminosa giornata di luglio, dell’anno del Signore 1793, in cui i loro occhi lo avrebbero visto davvero il sole, forse per la prima e ultima volta. In quei pochi istanti prima che le loro teste rotolassero dentro una cesta, tranciate di netto dalla ghigliottina e il boato fragoroso d’entusiasmo degli astanti ponesse fine all’ultimo atto di questi sanguinosi fatti che qui si sono narrati.

[Racconto scritto nel luglio 2010, in omaggio alla mia immensa adorazione per l’opera del Marquis de Sade.]

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